| |
MONDIALI
Prandelli d'Italia, l'Italia s'è desta?
Oggi si presenta a Roma il nuovo Ct degli azzurri: un’investitura obbligata, figlia della disfatta del nostro calcio
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 1 luglio 2010
Non so come sarà oggi la conferenza stampa di presentazione di “Prandelli d’Italia”, santificato nel loculo di Lippi dal presidente federale Giancarlo Abete. Ma me la posso immaginare, tra “fratelli” e “brandelli”, in un’assonanza da soddisfazione o da ripiego. Quella che invece ricordo perfettamente è la conferenza stampa di Dino Zoff, esattamente nel luglio di dieci anni fa. Era anche lui Ct, come Lippi, come da oggi Prandelli. Il tapino, però, oltre ad aver vinto un Mondiale da giocatore (cfr. Camerun) ed essere arrivato quarto in un altro (con una squadra migliore e dal gioco assai più spumeggiante, ma ci fu per Dino un problema di diottrie...), in panchina era appena diventato vicecampione d’Europa, sconfitto nei supplementari dalla Francia campione del mondo in carica per un golden goal che di dorato non aveva nulla. Una formula orrenda, da oratorio, che infatti venne fortunatamente abbandonata. Solo che da Milanello tra una sparata e l’altra l’allora leader dell’opposizione, nonché presidente del Milan nonché più competente di calcio dell’allora presidente del Consiglio, D’Alema, straparlò contro Zoff: lo chiamò “indegno” perché secondo lui non aveva fatto marcare a uomo Zidane. Ripeto che considero il Caimano uno che di calcio capisce almeno quanto intende l’elemento femminile di cui si alona. Parecchio, dunque. Per questo è sprecato per la politica, le leggi-bavaglio, gli Abbrancher e tutto il repertorio. Ma la parola “indegno”, il modo, la sproporzione, la carica insultoria furono giustamente troppo per una persona dabbene come Zoff. Che, con limpidezza, semplicemente si dimise. “Non mi faccio dare dell’indegno da nessuno”, chiosò. E a casa.
Se Berlusconi avesse dedicato il doppio di quegli insulti all’attuale presidente Abete, l’unico rimasto che potesse dare le dimissioni dal momento che Lippi era già fuori “preventivamente”, da maggio, immagino che si sarebbe prontamente ben guardato dal dimettersi per rispetto della carica che ricopriva. E continua a ricoprire. Forse Zoff sarebbe un presidente federale più rispettato, dopo quello scarto d’onore. Ma chi lo può dire? Forse sbagliamo tutti, e fa bene Abete. Io so quello che lui pensa, da italiano vero: se l’Italia è il Paese di Cuffaro e di Dell’Utri che festeggiano condanne di anni per reati gravi, reati che fanno da indici esponenziali per la “mafiosità quotidiana” di molta parte della nostra gente, perché proprio io dovrei lasciare la poltrona? Indegno sarà lui, io non c’entro. E così tira a campare, e confabula con Coni e politica per dare un po’ di cerone al calcio italiano sfigurato.
Auguri, Prandelli, dai Della Valle agli Abete è sempre un percorso “ecologico” che le farà bene. Ma occhio al muschio... E intanto si sono disputati quattro quinti di partite mondiali, e non si può proprio dire che siano state indimenticabili. Almeno finora. Se pesco in questi venti giorni mi innamoro della fantasia turco-alemanna e dei sette veli di Ozil che danza spesso in velocità con la palla, oppure del gol di Maicon dal fondo con quell’esterno destro che alla fine non poteva non rientrare in porta, perfetto com’era nel rapporto tra testa/intenzione e piede/esecuzione. E mi piace Maradona testimone pomeridiano di un matrimonio di campagna e testimone di trent’anni di calcio progressivamente sbiadito. Ma siamo sempre lì, al teatro di Fitzcarraldo, a Blatter che ghigna per denaro più di Klaus Kinski, allo stadio Soccer City dell’inaugurazione “pressoché pieno”, una contraddizione in termini. Alle cifre mostruose incassate dalla Fifa per i diritti tv, gli sponsor, il merchandising, mentre buona parte del Sudafrica stesso è senza elettricità e quindi non può né vedere le partite negli stadi mai colmi né a casa o nei bar, immersi nella polvere. Non lasceranno traccia comunque, e in questa assenza di Mondiali e tradizione rientra non a caso di nuovo come variabile esponenziale della voce “calcio africano” l’eliminazione subitanea del Paese ospitante. Né mi stupirei che per dare guazza al Ghana ci fosse qualche decisione orientata nel quarto deputato con l’Uruguay. In fondo rientrerebbe perfettamente nella “diplomacy” che distribuisce attenzioni: un po’ ai neri del Continente, molto a Brasile e Argentina, altrettanto ad una delle tre sopravvissute europee, Spagna, Olanda e Germania. Tutto ciò in assenza di fenomeni, con fiction quasi più dedicate agli allenatori che ai giocatori, gioco offensivo poco stordente e difese spesso nemmeno all’altezza di club che non sono andati in finale nelle Coppe europee.
E un calciomercato che è quasi già trasferito nelle varie nazioni dal momento che i campioni della vigilia in parecchi sono già in vacanza. È vero che la misura dei Mondiali la daranno queste ultime quattro più due più due partite, e almeno un match da ricordare forse riusciremo a vederlo. Ma il discorso su un calcio moscio vale più in generale, e risponde alla logica mercantile che ha infierito su tutto, spettacolo sportivo compreso. L’agonismo (stessa etimologia ovvia di agone ma anche di agonia) si incarica di ricaricare il pathos emotivo in campo e fuori, ma poi non sai mai se quell’arbitro ha fischiato bene o male apposta, e i dubbi ti vengono più o meno come in un’aula di tribunale. Negli stadi sudafricani “pressoché pieni” oppure “all’incirca vuoti” dovrebbe campeggiare la scritta “Il calcio è uguale per tutti”, ma sappiamo benissimo, noi e Napolitano, che non è così. Solo che fingiamo di abboccare alle finte, meglio se ben eseguite dai Nostri Eroi.
o.b.
Tutti gli articoli ^
|
|