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UN CALCIO A PARTE
Arancia amara per Dunga e i suoi fratelli
L’Olanda batte il Brasile per 2-1 e vola in semifinale. Per Kaká &Co. č quasi una tragedia nazionale, seconda soltanto a quella del Maracanŕ datata 1950
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 3 luglio 2010
Sì sì, il Brasile era dato per favorito un po’ da tutti. Che delusione... Sì sì, era per tutti il Mondiale delle sudamericane a spese delle europee. Che delusione... Eppure, gentili telespettatori... Ma davvero pensavate che non ci potessero essere sorprese, e che Olanda-Brasile non si prestasse al bacio ad essere la prima e forse non l’unica invenzione di questi quarti di finale? Urbi et orbi, avete sentito e letto i soloni. Personalmente, per i pronostici rimando ai numeri precedenti di questo giornale e all’ultimo video sul Fatto in rete da ieri mattina. Stregone? Ma no... È chiaro che se il Brasile volando alto un tempo avesse portato a casa almeno due gol invece che uno soltanto, e comunque non avesse lasciato negli spogliatoi nell’intervallo la divisa della sicurezza sudata per indossare quella della sicumera statica e sterile, sarebbe stato Esso (è il calcio per antonomasia) a candidarsi per la vittoria finale. Perché per un tempo ha quasi scherzato con gli olandesi statue di sale, che non riuscivano a chiudersi mai di fronte a Robinho, Luis Fabiano e Kakà di rinforzo, quando i tre giocherellavano con la palla tra i piedi alla velocità della luce fin dentro l’area di rigore avversaria.
C’è stato un momento in cui la partitissima è sembrata prendere la strada del grottesco: è stato quando quel fenomeno di Robben, per un tempo sempre inchiodato da Juan sull’anticipo fino ai limiti umani dell’impotenza, ha battuto un calcio d’angolo spostando di un ette il pallone dopo aver strizzato l’occhio all’altro fenomeno Sneijder, anche lui per un tempo in versione spettatore di fronte a Gilberto Silva, il”genio” Felipe Melo (che evidentemente meditava cose grosse) e Daniel Alves.... Solo che quest’astuzia da Ulisse Dio-mede non l’ha capita, il pallone è rimasto lì nei centimetri presso la bandierina e il succitato Alves se ne è facilmente impadronito con occhiate di scherno. Roba da dopolavoro, da oratorio, da pineta, da spiaggia: troppo, per giocatori della qualità fuori dal comune come i due “fenomeni” in arancione, troppo per una squadra che mi sembrava avesse – pecche difensive a parte – la caratura del vincente, per individualità e collettivo ben fusi insieme. Non poteva finire così, con un Brasile scherzoso in cui Felipe Melo stordendo i tifosi juventini e anche quelli fiorentini increduli davanti alla tv, aveva azzeccato un passaggio filtrante e apparentemente semplicissimo, alla Rivera, per Robinho bravo nel movimento davanti al portiere. Difesa olandese ovviamente colabrodo o se preferite di burro, e burro fuso.
Nel secondo tempo pian piano, come nei poulders dei Paesi Bassi, il mare si è ritirato lasciando la terra, il Brasile ha smesso di giocare squilibrandosi fino al ridicolo , le olandesine con gli zoccoloni si son ricordate che avevano anche di riserva le scarpette per danzare. E le hanno calzate. Prima Robben ha sminuzzato Bastos, già ammonito e graziato del secondo “giallo” dal cordiale arbitro giapponese, così da costringere l’avveduto ma sempre più preoccupato Dunga in panchina a sostituirlo, per non dover finire in 10. L’infelice, la cui grinta sarebbe servita in campo e che visibilmente anche nel primo tempo non aveva scambiato per vinta una partita ancora da giocare, rimaneva in 10 lo stesso grazie al “genio” Felipe Melo, uno rubato al Cern di Ginevra, che prima ha cominciato a innervosirsi perché faceva risibili “tacchetti” in zone a rischio, poi ha pensato bene di metterla dentro nella sua porta in una mischia d’area, così, tanto per non rimanere all’asciutto in fatto di gol, e infine ha scalciato da terra il solito Robben come a dire “hai visto che mi faccio cacciare?”. Una specie di “e che so’ Pasquale io?” alla memoria di Totò.
Gli olandesi nel frattempo avevano sciolto il sale delle statue che erano e avevano cominciato a giocare, annusando la sicumera e poi la paura del Brasile. Hanno difeso abbastanza ma soprattutto hanno aggredito, attaccato, giocato corto e lungo sembrando nel fraseggio esattamente gli eredi dei brasiliani di un’ora prima. Questo ha prodotto un altro gol di testa, della coppia Kuyt-Sneijder, uno sbrindellamento definitivo di Lucio e Juan e “quindi” di tutto il Brasile, una gioia di giocare per vincere che ha spinto gli arancioni verso una possibile goleada. Kuyt è ridiventato tatticamente quell’ago di pino che si ficca ovunque, il pallone è andato spesso dove doveva andare rallentando e velocizzando la sua distribuzione tra piedi olandesi sensibili, e a un certo punto come per un sortilegio alla fin fine l’arancione dell’Olanda era diventato simile al verdeoro del Brasile. Che però ieri era travestito di blu, e da squadra senza più energie né atletiche né nervose. Salvo il ricoverando Melo.
Quindi delusione? Mah... capisco in Brasile, sulle spiagge di Copacabana come dappertutto, il lutto è lutto. Ma per un anche modesto osservatore le cose sono andate secondo quella strana logica che nel calcio “fa” la forza di gravità delle partite e ne costituisce il fascino. A un certo punto come su un’altalena pesa più una parte, e l’altra vola. O viceversa. È accaduto ieri al Mandela Bay di Port Elisabeth, ma c’è qualcosa comunque di epico sia nella vittoria olandese (magari quelli mi si distraggono in semifinale con donne e birra) che nella sconfitta brasiliana. C’è pathos, c’è vita. Non esattamente quello che si deve aver percepito nel Consiglio Federale di Abete e C., con tutte le Leghe d’Italia meno l’unica che avendocelo duro avrebbe saputo che cosa fare dei perdenti. Giù dalla Rupe Tarpea (pardon, quasi confondevo i Celti con i Romani, e Calderoli con Beretta).
o.b.
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