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UN CALCIO A PARTE
Raus: i tedeschi polverizzano l’Argentina
La squadra di Maradona incassa quattro reti e una sconfitta umiliante. E meno male che doveva essere il Mondiale delle sudamericane
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 4 luglio 2010
Leggo nel sorriso estatico del Cancelliere Merkel, in tribuna a Città del Capo vicino al presidente ospitante Zuma, un messaggio subliminale: se la Germania vince i Mondiali, mantengo il Paese nell’euro senza nostalgia del marco, magari con qualche astuzia finanziaria per fare a pezzettini gli altri inquilini europei della moneta come i miei ragazzi hanno strapazzato l’Argentina. Ma guai se ci dovessimo fermare qui. Il sorriso parlante di Angela non ha tutti i torti, almeno in chiave pallonara: abbiamo visto andare in semifinale a spese di Maradona, Messi e gli altri compari “albo-celesti” una Germania giovane quanto l’Argentina è parsa vecchia. Una Germania equilibrata e dosata nelle forze in ogni reparto quanto l’Argentina era sbilanciata in attacco e affannosa in difesa. Una Germania con ottimi giocatori ma forse con soltanto tre di loro sopra la media (precisamente il tuttofare Thomas Müller, una specie di Ribery al contrario, non “Jocker” ma “bravo ragazzo”, il fantasista/atleta dei sette veli di origine turca Özil e quel quattrocentista dal piede delicato di Schweinsteiger), quanto l’Argentina vantava invece il miglior giocatore del pianeta e comunque l’erede di Maradona, Messi. E dunque una Germania ispirata alla tattica, al collettivo, al sacrificio, alla lavagna in campo gessata dal giovane tecnico Loew, quanto l’Argentina era un insieme di solisti orfani di coralità tattica nonché di Cambiasso e Zanetti lasciati in patria e di Milito e Samuel, stoltamente in panchina.
E bravo Maradona, stavolta l’hai fatta grossa. Vedere come giocatori del Bayern ridimensionati dall’Inter in finale di Champions poco più di un mese fa (uno per tutti, Cambiasso contro Schweinsteiger, una lotta allora impari) ieri hanno sbriciolato l’“equipo” di Diego facendo piangere l’Argentina come non accadeva calcisticamente da un pezzo, esattamente dai tempi del “pibe” in campo, avrà fatto sgorgare sul piano tecnico agli osservatori “malati di pronostico maradoniano” lacrime amarissime. E meno male che doveva essere il Mondiale delle sudamericane, con Brasile e Argentina in grande spolvero almeno nel girone iniziale. Invece era solo lacca, e sotto c’era l’unghia debole e destinata a rompersi al primo tentativo di “grattare” avversarie con la testa e le gambe giuste.
Se il Brasile di Dunga può sbattere il capo per aver ceduto dopo un tempo di valore assoluto in cui era stato in campo da solo, l’Argentina di Maradona non può accampare neppure quello. È riuscita a prendere subito un gol inopinato, a dimostrazione che proprio la difesa era schierata a capocchia e non era un’autentica difesa ma alcuni difensori imprecisi e distratti disposti all’indietro. Neppure i migliori disponibili: Otamendi per esempio vale uno scarpino di Zanetti anche quando questi avrà 50 anni. Il ragazzo ha poco cervello, è un difensore centrale a disagio palese sulla fascia, conferma che il carisma di Dieguito senza una testa pensante serve a poco. Quindi assai più che Dunga per il Brasile, è l’ex pibe che si deve accollare non tanto la sconfitta quanto il modo in cui è andato a cercarsela. Davvero carenza di fosforo, non com-pensata da orecchini, braccialetti, chincaglieria varia e il solito vestito grigio che ha dato la tonalità definitiva ai Mondiali di questa squadra. Non ci voleva Mourinho, bastava Galeone a capire che in mezzo al campo Mascherano da solo non sarebbe bastato a coprire i tedeschi che giocando di prima arrivavano appunto prima e meglio nella tre-quarti avversaria. Né Mascherano sarebbe bastato a far ripartire i suoi con formule di gioco che non fossero solo “date la palla a Messi, che poi se la sbriga lui”.
E infatti incassato il primo gol premonitore poi l’Argentina ha faticato come un mulo invece travestito da purosangue per arrivare al tiro con Higuain o Messi, quasi sempre sbilenco, mentre la Germania dava esempi continui di che cosa significhi il banale assioma che “il calcio è un gioco di squadra”. Loew aspettava di vedere quanto sarebbe durata la “birra” in corpo degli altri, per accingersi poi a maramaldeggiare.
Riconosco all’Argentina venti minuti iniziali nel secondo tempo di grande pressione e palla che orizzontalmente girava come in un flipper facendo ruotare almeno un po’ la testa agli alemanni e alla Merkel che intanto allenava il sorriso. Maradona però sembrava non capire che non di boxe si trattava, e che se in quell’impulso non fosse giunto il pareggio si sarebbe passati immantinente alla “seconda” partita: quella in cui scontata l’impotenza di Messi, non entrato Milito a incidere sul risultato, riposatisi i corridori tedeschi nel far fronte all’assedio argentino senza praticamente ripartire, la Germania avrebbe finito i pupilli baciati inutilmente da Diego.
Prima ci ha pensato Müller a perfezionare la sua partita mandando in porta Schweinsteiger naturalmente sulla sinistra d’attacco dove Otamendi pregava un Dio assente, per la finalizzazione del cecchino Klose. Poi di nuovo Schweinsteiger ci ha voluto dire che si può fare tanta quantità tenendo la qualità di riserva, per la fine, specie se non c’è un Cambiasso che ti “muri”. E quindi gol di Frederich, udite udite un difensore e già sul 2-0. E infine per il piedino di Ozil è arrivata la quaterna sulla balorda ruota di Cape Town di nuovo ad opera del cecchino Klose.
È una “grande Germania”? Essendo l’altra una piccola e piagnucolosa Argentina, è presto per dirlo. Comunque è una Germania giovane e “seria” in ogni fase di gioco, che se perderà , perderà comunque da una squadra più forte che sia un collettivo anch’essa ma con più guizzi individuali. Questa Germania quattro anni fa venne rimpicciolita dall’Italia in semifinale. Adesso tra le due squadre c’è un universo di mezzo. Lippi era a Berlino come in Sudafrica, Loew era il secondo di Klinsmann e si è avvicendato con successo ringiovanendo sia l’anagrafe che lo spirito. Chissà se in Germania invidiano il nostro presidente Abete?
o.b.
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