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UN CALCIO A PARTE
Un Abete fuori stagione
Dopo la disfatta le dimissioni del n.1 della Figc erano obbligate, invece non è successo nulla

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 6 luglio 2010

Se invece di fare il verso a “un mondo a parte”, film che tanto ha a che vedere con le vicende sudafricane oggi sui media per i Mondiali, avessi chiamato la testatina di richiamo “un calcio alla ragione” probabilmente non avrei sbagliato. Di ragionevole nell’odierno panorama italiano c’è “a forza” solo l’autodecentramento del ministro per il Decentramento Brancher che chiamasi dimissioni e in realtà è invece una sorta di “autocritica” come la praticavano i Santoni della Cappadocia, frustandosi con il loro stesso cilicio. E neppure patteggiavano. Altri tempi. Ma anche altre persone. Rotondologicamente, non ho certamente nulla di personale nei confronti del presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, reduce dai trionfi africani. Un po’ ingenuamente e se volete meccanicisticamente mi sembrava che le sue dimissioni (o il suo decentramento da se stesso nel ruolo) fossero qualcosa di simile a un atto dovuto. Dandole, avrebbe dimostrato una sensibilità alla francese nel senso che il suo omologo d’Oltralpe lo ha fatto, avrebbe in qualche modo padroneggiato meglio le prossime intercettazioni su Calciopoli in Tribunale previste per ottobre, a Napoli, che per avventura lo dovessero riguardare, avrebbe stoppato un percorso da gambero cominciato da tre anni, da quando è stato eletto presidente dopo aver fatto per secoli il vice di Carraro e aver assistito a due commissariamenti, quello di Guido Rossi e poi di Luca Pancalli, per gestire le rovine dello scandalo.

Niente di tutto questo. Venerdì scorso, nel Consiglio Federale aperto alla stampa, ha detto una frase magica che è corsa di bocca in bocca: “Non vedo perché dovrei dimettermi, ritengo di non aver sbagliato nulla”. E ne ha pronunciata un’altra che invece non ho letto ripresa da alcuna fonte: “Se avessi vinto anche questo Mondiale in Sudafrica, allora sì che avrei pensato a dimettermi, perché più di così non avrei potuto fare”.

È UNA FRASE CHE andrebbe scolpita come un’epigrafe per il calcio e il Paese, tanto per tenerli insieme. È il mondo “sottosopra” di cui da anni parla Giorgio Bocca, è l’insensatezza elevata a metro di misura, è il pensiero rovesciato che si traduce in verbo, e che verbo. Abete ha un suo logos, e che nessuno gli abbia riso in faccia in Consiglio (voglio pensare per paura) e che nessuno abbia colto mediaticamente questa perla nella conchiglia del presidente “che non ha sbagliato nulla”, rende l’idea di una tossicodipendenza generalizzata da pensieri e parole avariate, “tagliate male” da un pusher tremolante. Abete avrebbe vinto il suo primo Mondiale nel 2006 come capodelegazione e subordinato a Guido Rossi? Decisivo quanto Lippi, gli azzurri e la “lotteria dei rigori”?

Può darsi, ma è tesi ardua da sostenere per uno che dal 1989 ha ricoperto vari ruoli in Federazione risultando alla fine prima del 2007 comunque e sempre un gregario, uno che non sapeva nulla di quel che succedeva in una Federazione squassata da Calciopoli. Ma quando finalmente, spinto dalla cordata degli imprenditori parenti o amici e dalla sua fama di “maneggevolezza” (occhio, proto, maneggevole è diverso da maneggione, giacché lui maneggione non è e non voglio querele...), nel 2007 è assurto al soglio di Franco, ha detto urbi et orbi che doveva moralizzare il pallone e cominciare da subito con l’organizzare gli Europei del 2012. Li ha persi immediatamente, console Platini, a favore di Polonia e Ucraina, udite udite. Ma giacché la rifondazione rotonda deve secondo lorsignori ripartire da nuovi stadi, Abete ha insistito: ha partecipato anche alla candidatura per gli Europei del 2016.

HA PERSO ANCHE quella, dietro la Francia di Platini (e passi) ma anche in subordine alla Turchia... Perché ha esposto la Federcalcio e quindi il Paese a una figuraccia reiterata simile, peggio di Lippi in Sudafrica che almeno in Germania aveva vinto? Tra l’altro sapendo benissimo che avrebbe preso da Platini il secondo formidabile schiaffo e neppure ad Anagni? Per un motivo banale, che complica la sua attuale situazione di non dimissionario sedicente “vincente”, o giù di lì. Perché il miraggio degli Europei serviva alla Federcalcio e ai “poteri forti” edilizi e paraedilizi, quelli delle deroghe e delle meraviglie dei Mondiali di nuoto a Roma 2009 e magari sempre quelli dei Giochi del 2020 se toccassero a Roma prima della salvifica profezia di Nostradamus... per spingere sul sottosegretario Crimi affinché facesse licenziare “prima” in Parlamento la “legge sugli stadi” che avrebbe stappato il loro personale champagne e contemporaneamente magari sturato le fogne nelle nuove aree per destinazione (cambiata).

È invece rimasto fregato dalle lentezze parlamentari che per la prima volta forse sono state un toccasana. E la legge è ancora lì, con tutti i rischi e i pericoli che la sua approvazione comporterebbe, non certo in assoluto ma almeno in questo contesto “politico-ambientale” e con queste “persone” in azione. Non è che niente niente senza la storia de L’Aquila e relative intercettazioni su Balducci, Anemone e soci anche gli stadi sarebbero stati affidati a Bertolaso?

Questo è Abete, che governa una federazione con i vivai prosciuga-ti, la bancarotta dei club o di molti di loro, nessuna idea formativa sul calcio come gioco per i bambini, nessuna reale politica degna di questo nome ecc. E Calciopoli che incombe. Caro Abete, di fronte alla sua meravigliosa prosopopea anche Caporetto storicamente può essere letta come un pareggio.

È FINITA QUI, DALL’ITALIA? Ma no che non è finita qui. Pier Luigi in Collina, il miglior arbitro del mondo quando arbitrava, dopo alcune storie poco edificanti di sponsor in comune con il Milan, di mancate divisioni dei proventi con i colleghi “fischietti” come da dettato dell’Aia (maiuscolo, non voglio querele... i polli non c’entrano e casomai saremmo noi), come Abete da tre anni fa è a cassetta e fa il designatore. Mi limito a domandare: in assenza di Sua Maestà il Fornicatore di arbitri, simbolicamente in gattabuia, le cose sono andate meglio sui campi? Non ci sono stati svarioni colossali? Forse che sulle prime pagine dei giornali dirigenti e allenatori di alto lignaggio non se ne son dette di tutte come e peggio dei tempi di Moggi? E l’arbitro italiano in Sudafrica, Rosetti, a rappresentare la categoria, capeggiata sostanzialmente da Collina (anche se il presidente è Nicchi), vi risulta abbia fatto una gran figura? Non mi pare, se è uscito dai Mondiali alla velocità del suono e in una botta sola. Ma la notizia è che con rammarico oggi Collina, in questi tre anni vicino ai 2 milioni di euro tra ingaggio e missioni (lo chiamavano per questo il “missionario”), ha accettato di lavorare all’Uefa per Platini, facendo il designatore europeo. Una specie di Prodi dell’epoca... Il suo posto di designatore, che vuol dire potere anche più di quello di presidente dell’Aia, viene rilevato “a sorpresa” dal Nicchi succitato, dalla chiacchierata, controversa e “fallosa” carriera di arbitro prima di anni nelle retrovie del potere politico arbitrale. E la giostra continua. Ma perché se uno come Cardia dopo i danni alla Consob invece che “autodecentrarsi” viene piazzato a presidente delle Ferrovie qualche giornale (il nostro, per esempio) lo fa notare sghignazzandone amaramente, e quando invece cose del genere succedono a Pier Luigi in Collina è tutto un plauso? Perché, carissimi, stiamo parlando sempre e comunque di “un calcio a parte”, in cui la lucidità deve cedere al sudore del tifo. E un Abete tira l’altro, e un Collina tira l’altro, e dietro si muovono i fantasmi operativi di una classe assai più digerente che dirigente. Con il calcio come veicolo di massa buono a mischiare le carte. Nel frattempo in Africa la semifinale all’apparenza più facile (Uruguay stanco e senza due tra i migliori, squalificati) può risultare per l’Olanda più difficile della finale. Perché rischia tutto mentre lo spirito uruguagio dei padripuòeffondersileggero.Maa rigor di pronostico l’Olanda sta crescendo e si merita la finale e magari la vittoria. Sperando che poinonselaattribuiscaAbetecon un sofisticato gioco di parole.
o.b.

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