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UN CALCIO A PARTE
Alla prova del polpo
La giovane e multietnica Germania all’assalto delle Furie Rosse del talento Villa

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 7 luglio 2010

Se il polpo Paul, del giardino acquatico di Oberhausen, una specie di Maurizio Costanzo giovane, dovesse azzeccare la sua previsione che vede stasera sconfitta la Germania, sarebbe contemporaneamente un peccato e un’occasione. Sarebbe un peccato perché la Germania è tra le squadre più fresche, come anagrafe, come spirito, come tattica e come innovazione di uomini e schemi, di questo Mondiale. Un Mondiale ricco soprattutto di denari per la Fifa, giacché certo di memorabile ha offerto finora poco. E il Mondiale è ahimè alla fine, e già volge al disio. Un Mondiale di polpi da tentacolomanzia e di vuvuzelas assordanti e imperiture, mentre in campo si consumavano riti e sacrifici con vittime illustri, da Lippi a Maradona passando per una lunga lista. Ma se il polpo “Maurizio” l’azzeccasse mentre tutti i suoi connazionali toccano ferro e altri metalli più animaleschi, e in finale andasse la Spagna campione d’Europa sarebbe anche un’occasione. Perché mentre la Germania è comunque in fieri, e sta diventando ciò che è con un’accelerazione forte in Sudafrica, la Spagna è già ciò che è.

Voglio dire che se non dovesse prima arrivare in finale e poi vincere l’ex Mondiale delle sudamericane (a proposito, ma i Grandi Pronosticatori hanno spiegato dove e perché hanno sbagliato oppure hanno fatto come il Pci, cambiando solo nome?), la Spagna sarebbe già vecchia dopo solo un triennio da protagonista. La Nazionale spagnola aveva e ha, al momento in cui scrivo, finalmente raggiunto il livello dei suoi club, dal Barcellona al Real Madrid a quelli di fascia immediatamente successiva come il Valencia o l’Atletico Madrid, insomma squadre abituate a contendere in Europa alle inglesi il primato. Club forti, Nazionali deboli, si era sempre detto. La Spagna, seguendo la traccia della Francia, aveva attuato una sorta di “convergenze parallele” tra gli interessi delle società e quelli del patriottismo in calzoncini. Del resto i quattro/cinque giocatori fuori dal comune di un calcio ormai troppo livellato verso il basso e tenuto su dal fisico e dalla tattica, diciamo Iniesta, più Xavi che Xavi Alonso, certamente Villa e il Torres di ieri e non di oggi, per non lasciar fuori Sergio Ramos, sono giocatori che hanno fatto contemporaneamente la fortuna di club e Nazionale.

MA CONSIDERATI con il Brasile i favoriti del Mondiale nel continente nero, di cui andranno sottolineati e dettagliati i numeri per capire chi ci guadagna e chi ci perde, gli spagnoli se non vincono stavolta entreranno a buon diritto nel girone dantesco dei perdenti. Sì, un Europeo e finalmente la semifinale mondiale: ma niente di indimenticabile per una squadra come questa, che fa girare la palla come nessuno e dà l’impressione di rubare come una spugna momenti buoni di gioco un po’ a tutti. È di volta in volta un po’ sudamericana e un po’ europea, ha qualcosa di italiano nel difendersi in un certo modo ma a metà campo è un’Argentina razionale e davanti un Brasile appuntito. Sembra in effetti non avere niente in comune con la sua avversaria di stasera, e questo rende la semifinale ancora più interessante.

Germania e Spagna sono certamente due squadre che finora hanno meritato entrambe non solo la semifinale bensì la finale. Eppure con l’Olanda dall’altra parte del tabellone neppure si può dire che questa sia la “vera” finale. La vera finale ci sarà comunque domenica, e mentre nel tennis il tabellone conta tanto è evidente che in quello calcistico sudafricano sono stati i risultati del primo turno a cambiare le carte in tavola. Ma senza alterare i valori, almeno per tre delle quattro semifinaliste. L’idea di una Germania giovane che deve solo maturare e che ha trovato in Özil un Ballack di nuovo conio, con più corsa e meno senso del gol ma con fantasie turcomanne strepitose specie per la velocità alla quale le esegue, è un piacere per i calciofili.

Ma lo è altrettanto l’idea di una Spagna regale che da anni dà l’impressione di sovraneggiare comunque sulle avversarie sul piano del gioco e del possesso palla (non a caso il vernissage perso con la Svizzera neppure troppo male fece scandalo), con tutte le individualità che le riconosciamo. E che ripeto sembreranno improvvisamente vecchie o almeno più vecchie pur essendo relativamente fresche all’anagrafe se non dovesse arrivare il titolo. Si leverebbe temo una specie di ingrato canto gregoriano modello “ma allora siamo sempre i soliti...” che farebbe premio su allori e soddisfazioni del recente passato. Tutto ciò peserà di più ovviamente sulla psiche dei rossi di Spagna che non su quella dei “giovani tedeschi”. Ma poi nel calcio un errore - meglio se all’inizio come ce ne son stati tanti finora in Sudafrica - scompagina tutto e apre o chiude le partite secondo ventura. Tatticamente, la Germania potrebbe aggredire fin dall’inizio per dimostrare la non sudditanza nei confronti di una squadra oggettivamente più tecnica e più precisa nel far girare il pallone.

Ma non è questa la risorsa tedesca più brillante, bensì il ripartire di prima tagliando il campo e scompaginando i difensori avversari residui. Perché ciò accada ci vuole dunque campo libero, e poche persone nell’altrui metà campo. Esattamente il contrario di un’offensiva con la palla tra i piedi. Dunque alla Germania converrebbe aspettare che la Spagna in mezzo a tanto possesso palla si scoprisse e si smarrisse. Ma è esattamente quello che il tecnico spagnolo Del Bosque (una specie di Delneri o dei genitori di Woody Allen mascherati con occhiali e nasone mi pare in Prendi i soldi e scappa o era Provaci ancora Sam?) non può permettersi di regalare alla Germania, pena una dura punizione. Dunque centrocampo decisivo, e mentalità a centrocampo ancora più decisiva.

SENZA MÜLLER, squalificato, temo una Germania più sprecona e approssimativa nei fraseggi, con Iniesta temo una Spagna che si guardi troppo allo specchio magari per vedersi alle spalle l’ombra tedesca oppure quella del polpo Paul o addirittura di Maurizio Costanzo. In questo caso sarebbero dolori. En fin, dateci un po’ di calcio, dopo quasi un mese di frequenti pantomime.
o.b.

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