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UN CALCIO A PARTE
Alfabeto sudafricano
A un passo dalla fine del torneo, sinonimi e contrari di una manifestazione unica
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 8 luglio 2010
Ormai ci siamo: tra due partite delle 40 previste si celebrerà il trigesimo dell’inaugurazione e con esso il vincitore di questi Mondiali sudafricani. Ne approfitto per uno stralcio di dizionario dei sinonimi e dei contrari, così come mi sono rimasti negli occhi e nelle orecchie magari senza plausibili giustificazioni. Stranezze, insomma. Vado per schemi e voci di riporto, appunto scegliendone alcune.
ALLENATORI: è stato comunque il Mondiale degli allenatori, assai più “scenografici” e attraenti in fatto di personalità dei giocatori in campo. All’interno della qualifica distinguo un meglio e un peggio non come allenatori ma come appunto “figuranti”. Un Grande Sinonimo di tutto ciò è stato Diego Armando Maradona e la sua maradoneide, conclusasi con un’epica disfatta. Ha fatto notizia sempre e comunque e meritatamente, e qualche volta il suo presente in completo grigio ha fatto perfino distrarre dal suo passato incombente e ingombrante. Non è stato affare da poco, capisco che in Argentina se lo volessero tenere, magari affiancandogli un ragionatore. Il contrario è stato Marcello Lippi, la tristezza almeno apparente fatta persona, nessun bacio e nessuna tenerezza, solo impotenza, quasi la controfigura spenta del Lippi arrogante che tanto ci piaceva. Invece che Paul Newman, il più malinconico degli Andy Garcia.
BUONA FEDE: è stato il torneo dei palloni Jabulani, qualcosa che ha a che vedere etimologicamente con i “festeggiamenti” che però per i sudafricani ospitanti non ci sono stati. Ogni volta le aziende cambiano pallone per nobili questioni di denaro, sponsor, merchandising, marketing ecc. Stavolta del povero Jabulani se ne son lamentati tutti. Ma io giuro appunto sulla sua buona fede. Non decideva – credo – come avviarsi nell’etere. Il contrario sono stati gli arbitri, che dopo un inizio in sordina ne hanno fatte di tutti i colori. Per carità, chiunque può sbagliare e il diritto all’errore è “costituzionale” in ogni gioco con la palla. Ma guarda caso anche gli arbitri più quotati come l’uzbeko penultimo il fuorigioco non lo vedono per l’Olanda, come in Spagna-Portogallo era accaduto in favore degli spagnoli. Non pretenderei arbitraggi esenti da errori, Dio ci scampi dagli Orsenigo (è una tipica imprecazione “zulu”), ma perché non sbagliano mai in favore degli “altri”, di un Uruguay o di un Portogallo, o di un Messico (cfr. Rosetti) assai meno eleganti alla mensa dei Signori della Palla? È che gli arbitri hanno naso e fiutano come pochi altri animali la piccola brezza nella savana pallonara.
CINEMA: è stato tutto molto cinematografico nelle riprese televisive. Un paradosso? Macché. Come ormai dappertutto e in Italia ogni domenica, le immagini hanno indugiato più sulle espressioni dei giocatori meglio se in panchina e naturalmente del tecnico che sulle azioni, evidentemente di minor interesse per il pubblico del Grande Fratello. Così ci siamo accorti anche in uno scampolo di partita che il fuoriclasse in esilio Milito è identico a Sergio Rubini, e Capello non somiglia ma “è” Franco Franchi. Il contrario sono tutti quei giocatori anonimi, tra gli slovacchi, gli honduregni, i giapponesi e i coreani confondibili, che tapini si sono limitati a giocare così così a calcio. Anonimi, oneste comparse di fronte ai protagonisti della Grande Fiction.
GIOCATORI: quelli che hanno giocato davvero fin qui, nel senso che si sono divertiti e ci hanno divertito (pur senza esagerare) impegnandosi come è giusto fare in un lavoro fortunato e super pagato, ma del quale sono attori con produttori assai più smaliziati che li trattano appunto da merce. Si va dagli uruguaiani in massa, agli svizzeri della prima partita, naturalmente ai tedeschi, agli olandesi, ad argentini e brasiliani sempre, ai messicani, ad americani e ghanesi... Il contrario di italiani e francesi andati in Sudafrica con lo spirito del “me ne torno a casa” e qualcuno addirittura del “ti faccio un favore a venire”. Impiegati del denaro se non a mezza manica certo a mezza gamba.
GOL: uno per tutti, quello di Maicon contro la Corea dalla linea di fondo. Teniamocelo caro nelle retine. Il contrario sono più o meno tutti i gol presi da Francia e Italia. Ma anche il primo gol subìto dall’Algeria, il primo fatto dall’Olanda ecc. Gol non gol, effetti normali di errori speciali.
INTELLIGENZA: direi quella di Sneijder, che sa sempre o quasi come porsi di fronte alla palla, meno istintivo di Robben o di Messi ma geometrico nell’amministrare lo spazio. Lui sarebbe l’ideale per un federalismo rotondologico in campo, sa come il terreno di gioco risponda a delle linee immaginarie al cui incrocio lui si fa trovare. Il contrario è Melo. Stop.
POLITICA: il simbolo della politica sudafricana è naturalmente “madiba” Mandela, quasi più presente con la sua assenza da lutto e senilità dei molti papaveri e papere visti in tribuna. Il contrario di questa “buona” politica che forse Mandela ha ereditato nel calcio da quando il calcio abitava il carcere di Robben (toh!) Island insieme a lui, è certamente Sepp Blatter, ex colonnello, ex segretario, uomo eticamente tutt’altro che glabro, che ha costruito sulla reputazione di “madiba” un Affare Strato(sferico).
PREVISIONI: dalla parte buona ci metto il polpo Paul e la piovra Costanzo (Maurizio), strepitosi indagatori del futuro chi con le spire e le spore chi con i rovesciamenti di fronte. Non hanno sbagliato nulla, mi pare, almeno finora. Il contrario sono le migliaia di pronostici su “Mondiali alla sudamericana” bellamente sbertucciati senza che un esperto, uno di numero nell’esercito di giornalisti, abbia detto “ho sbagliato” e abbia spiegato magari perché.
PUBBLICO: se c’era un’aria di finzione cinematografica negli stadi quasi mai colmi, un insieme variopinto e allegro ma assai “recitativo”, scelgo il meglio. Ossia i finti coreani in realtà cinesi arrivati sulle tribune per far pensare che anche i potenziali “evasi” della Corea del Nord avessero un loro pubblico. Formidabili. Il contrario sono tutti quei giovani “veri” e “belli” di tanti colori, quasi troppo veri, belli e allegri per essere veri. I finti come autentici finti, i veri come fintamente veri.
SICUREZZA: organizzare un Mondiale in Sudafrica senza creare le condizioni di blindatura che ci sono state, in una sorta di squadre, stampa e pubblico “embedded” delle forze dell’ordine e dei militari, sarebbe stato impensabile. Ma quando in un giorno piovoso e in uno stadio sì coperto ma raggiungibile all’aperto, è stato vietato l’uso degli ombrelli per sicurezza, è sembrato un affronto ad Altan. Tutti negli stadi con le banane. Il contrario è stato purtroppo il lassismo organizzativo della precedente Coppa d’Africa in Angola segnata dai morti. Che ci sia nel complesso una questione continentale?
SIMBOLI: qui la scelta è obbligata. Sono stati i Mondiali delle “vuvuzelas”, delle trombette originarie e tribali assurte a notorietà planetaria. Hanno messo in sonora contraddizione appunto i simboli contrari, quelli del denaro, dell’Impero Mediatico Pallonaro, di tutti i suoi componenti che di continuo segnalavano nelle “vuvuzelas” la peggiore delle calamità. Non sentivano, ma vedevano, e a casa non sentivamo loro. Utile doppio. Solo che adesso una fabbrica cinese ne sta producendo una montagna per i Mondiali in Brasile, tra quattro anni.
E anche le “vuvuzelas” avranno perduto il loro suono magari cacofonico ma casareccio e resistenziale.
o.b.
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