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UN CALCIO A PARTE
Quel che resta al Sudafrica
Cattedrali in un deserto senza vera integrazione
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 14 luglio 2010
Cattedrali mediatiche: la Spagna fa la comunione. Nel film di Tom Stoppard Rosenkrantz e Guilderstern sono morti, premiato inopinatamente a Venezia nel 1990 con il Leone d’Oro, i due personaggini amletici inessenziali ma preziosi a un certo punto tirano per aria una moneta: è una scena minima eppure indimenticabile. Fanno a testa o croce per un pezzo, e veniva sempre testa (o croce, non ricordo ma non importa: veniva sempre e comunque la stessa faccia della medaglia).
FINALMENTE C’È una sorta di seguito della storia: lo interpreta il polpo Paul che ha azzeccato con l’esito della finale Mondiale vinta dalla Spagna l’ottava “estrazione” personale nell’acquario di Oberahausen. Sette volte circa la Germania della quale è ospite (è infatti nativo o “compagno” dell’Isola d’Elba), otto con la finale. Altro che addetti ai lavori, tecnici sopraffini o consumati allibratori: il polpo ha dato punti e prove di piovra a tutti. In attesa di riuscire eventualmente a dimostrare che il presidente della Fifa, Blatter, il vero e primo vincitore già alla vigilia di questo Mondiale, abbia un qualche sodalizio societario con il tal Paul, non mi resta che segnalare questa piega cabalistica e naturalistica insieme che ha preso il pallone. Meno male che si diceva che la squadra di calcio era una “fede”. Adesso rischia di fare tendenza che sia una sorta di sortilegio, di questione per streghe o octopus. E la fede può essere supplita dalla superstizione. È già un bel risultato, per un Mondiale di calcio... in tempi nostradamici che di tutto avrebbero bisogno fuorché di “fatture” intese non in senso tremontiano stretto. Ma tracciamo un bilancio, ricordando ovviamente che alla vigilia dell’intera manifestazione e della finale in particolare avevo e ho continuato a ritenere possibile e magari probabile la vittoria olandese, pur di fronte a una squadra oggettivamente più forte.
Vittoria meritata, di una Spagna in condizione ormai da anni dopo un Europeo vinto. Non un gioco spettacolare, ma grande tecnica e adattabilità tattica, una media dei 15/16 utilizzati in campo molto alta, quattro, cinque giocatori al top come Xavi, Iniesta, Casillas, Sergio Ramos e forse Villa. La paura di vincere, finalmente, il titolo più ambito, la Spagna ha corso fortemente il rischio di perdere e forse anche per questo alla fine ha vinto di giustezza e di giustizia.
Certo, per l’Olanda Robben ha sbagliato il gol decisivo che avrebbe rovesciato probabilmente partita, frittata e polpo, certo, il gol di Iniesta prima di rigori dall’esito assolutamente imprevedibile è nato su un clamoroso calcio d’angolo non assegnato all’Olanda dopo una punizione di Sneijder. Ma succede, e il gioco duro olandese iniziale un po’ fesso e vagamente tollerato dall’arbitro Webb è stato poi punito da dettagli decisivi della sorte. L’Olanda non ha fatto la cosiddetta “partita perfetta”, si è limitata con talento e applicazione a rendere “imperfetta” quella della Spagna, che infatti, e va ribadito, è stata anche sul punto di perderla. Ma alla lunga un che di raccogliticcio, la stanchezza di Sneijder ancora e sempre calcisticamente in mezzo al campo intelligente quanto Xavi dall’altra parte, un Robben che sbaglia invece di un Robben che “esegue”, una “panchina” davvero cortissima in fatto di talenti puri specie in confronto alla scelta rigogliosa degli spagnoli di Del Bosque, ha condotto i migliori a battere sul filo simpatici “avventurieri delle Indie” che comunque avevano navigato senza scossoni fino a Johannesburg. Alcune valutazioni complessive si impongono:
SUL RAPPORTO TRA il calcio e la Nazionale e il Paese che rappresentano c’è una vistosa conferma. Lo si diceva in negativo per l’Italia, e sono saltati su in tanti a dire che “non c’entra nulla”, forse equivocando su quello specchio di cui si parlava. Può essere uno specchio convesso, che rimanda altre immagini, o uno specchio rotto, con sette anni di disgrazie ecc., ma sempre di specchio e di metafora speculare si tratta. Non vederla significa non volerla o saperla vedere. Lo ha detto Del Bosque, i sovrani, Zapatero: ha vinto il Paese, unito per un giorno, con tutti i risvolti del caso. E Pertini che inneggiava e giocava a carte con i nostri campioni del Mondo dell’82 di ritorno dalla Spagna sull’aereo presidenziale (dove avevano imbertato i premi in denaro non tassati come si doveva) me lo ricordo benissimo... Paese e calcio in alcune circostanze si sposano in altre si separano, e ogni volta è un discorso diverso. Ma negare la supplenza “politica” e “sociale”, dunque “culturale” o meglio “subculturale” che svolge il pallone, è cecità.
IL LIVELLO DEL gioco sta scadendo sempre di più. Pensare che invece una società multietnica dovrebbe far crescere anch’esso, in un misto di tecnica e di fisicità speciali. Invece il business, il denaro strozza tutto e si va perdendo “il senso del gioco per la palla”, parafrasando il romanzo che aveva a che fare con la “neve”. Troppa importanza per il “fuori campo” che preme sul terreno d’erba naturale o sintetica come una cappa, che fa diventare sempre più i giocatori, cioè coloro che “giocano”, degli attori di una fiction sia pure peculiare oppure i testimonial dell’indotto pallonaro.
Infatti i “numeri” li riservano soprattutto per gli spot in tv. Arriveremo prima o poi ai “precox” del calcio, con calciatori che giocano partite ancora da organizzare o partite vecchie che si disputano nella mente da Matrix degli spettatori. Di certo l’importanza di una partita non può sostituire la partita stessa, un pretesto non può ridurre il “testo” ai minimi termini, altrimenti è finita e la si gioca su altri tavoli, dove l’alea non conta e la palla non è più rotonda.
IL SUDAFRICA È stato ed è per il pallone, i Signori della Palla e la rotondolatria mondiale, una specie di Cattedrale nel deserto: ha vinto con il piede destro di Iniesta e le mani giunte il popolo che prega per eccellenza, a partire dalla sua lingua fatta per quello secondo la dizione proverbiale, e vai con la Fiesta e il flamenco di strada. Ma in Sudafrica restano oggi gli stadi, teatri di Fitzcarraldo nella foresta amazzonica, cattedrali mediatiche senza devoti né fedeli e con qualche sparuto arcivescovo metaforico ma non tanto che se ne avvarrà: nessuna religione, nessuna colonizzazione fideistica, uno spettacolo televisivo per molti che non hanno neppure l’elettricità, nessun reale anello di integrazione tra bianchi (rugby) e neri (calcio), se non nelle foto degli eventi. Non basta girare l’interruttore di un Kolossal Rotondo per favorire il dialogo, se in realtà non è certamente questo il motivo di fondo della kermesse né si è lavorato in funzione di questo. Quindi, ben presto si ripartirà da prima, e il problema rimarrà lo stesso.
Del resto, se c’è una storia di imperialismo colonizzatore perché la via del calcio dovrebbe essere tanto diversa da quella, che so? Dei diamanti? Con i popoli non si gioca. Li si gioca. E magari non si dovrebbe.
o.b.
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