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UN CALCIO A PARTE
Il pallone è sgonfio
Società cancellate dai campionati e malaffare: è, davvero, lo specchio del Paese
pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 20 luglio 2010
E meno male che quella del “calcio specchio del Paese” sarebbe una metafora scontata: scontata da chi e per chi, di grazia? E in che senso? Perché giusta o ingiusta, approssimativa, contraddittoria? O scontata magari come fosse una merce in saldo, una specularità metaforica di “bassa stagione”? Che confusione, che distrazione, che impicci concettuali quando ci si occupa di calcio con lo stesso spirito con cui si scopre la corsa – che so? – a quarant’anni e ci si arrischia in maratone dalle quali a fatica esci vivo! Non è atrabile né spleen di chi se ne occupa da tanti, troppi anni, credetemi: è piuttosto la realtà che ti salta addosso e chiede solo di essere analizzata per quello che è, senza lenti deformanti ma casomai focalizzate su rapporti sempre più evidenti tra politica e calcio all’interno del sistema-Paese. Giuro che sfido la banalità: eppure mi capita di leggere anche Soloni di altre/alte materie che “ci azzeccano poco”, sia alla Di Pietro che alla Zingarelli (a volte in contrasto tra loro...), oppure che rimangono volentieri in superficie senza neppure un centimetro di carotaggio per vedere che cosa ci sia appena un po’ sotto. È vero, la profondità si nasconde in superficie, ma questo è un paradosso di Wilde, non di Berlusconi & Abete o Abeti.
I FATTI, IN omaggio allo spirito e alla lettera di questa testata: parto da oggi e riepilogo a ritroso gli ultimi giorni, anche di fretta e di grana grossa. Si sono appena scatenate falangi di parlamentari che protestano per le 21 squadre non iscritte ai campionati (1 di B, l’Ancona, e le altre di Lega Pro di Prima e Seconda divisione, in arte C1 e C2). Sul calcio c’è poco da discernere tra destra e sinistra, se non sulle fasce... e neppure tra i fasci... muscolari s’intende. Sono soprattutto gli amministratori locali che difendono il “mordente” sociopolitico del pallone che per loro si traduce nelle raccolte di voti cui unicamente (!?) tengono. E che dunque chiedono in massa ed energicamente ai loro rappresentanti in Parlamento di non far fallire “anni di storia del calcio!” per misere bancarotte. Soluzione? Pretendere per l’iscrizione fideiussioni meno onerose o meno esose, secondo il punto di vista. E si sono mossi nelle aule come non fanno se non nei casi eccezionali, tipo le sedute notturne per le leggi-bavaglio. Questa è la prima, consistente, urlata reazione all’esclusione di quel lungo elenco di club, qualcuno davvero storico, qualcuno troppo spesso impicciato in ladronerie tradizionali, qualcuno al Nord, molti al Sud e abbastanza al centro. Federalismo bancarottiero rotondocratico allo stato puro. Penserete: è la dimostrazione che “oggi” il calcio è diventato lo specchio del Paese e della politica del Paese, un Paese in bancarotta e in crisi nera più generale, prima di tutto “culturale” come scopre in ritardo deprecabile l’Ostellino di ieri sul Corriere. E no, qui cascano gli asini. Basta cliccare su un motore di ricerca, et voilà, di bancarotte calcistiche, fideiussioni insufficienti o falsificate e relative proteste della politica “salva-calcio” (memorabile lo “spalma-debiti” di Berlusconi pro-Lotito e la Lazio nel 2003) ne trovate a bizzeffe da decadi. Ma nessuno finora ci aveva fatto caso, perlomeno non “abbastanza” caso. Il calcio era il calcio, la politica la politica. Guai a confondere le acque, si rischiava di annegare. E difatti, difatti...
MA CONTINUIAMO a ritroso. I parlamentari protestano perché il Consiglio Federale competente come era prevedibile dalla vigilia ha escluso venerdì scorso le 21 società di cui sopra. Non avevano presentato la domanda di iscrizione perché dissolte tra i debiti, oppure l’avevano presentata ma senza documentazione e certezza fideiussoria. Quel giorno stesso era scoppiata la polemica per le dichiarazioni di Don Ciotti, di “Libera”, a proposito delle “mani delle mafie sul calcio”. Scandalo? Un pochino, qualche reazione dell’establishment di grande fattura tipo “vorrà dire che staremo più attenti”, una più generale disattenzione e un’intervista al procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, tifoso del Palermo, che nella solita promiscuità con Zamparini tra il tifo e il resto aveva commentato sagacemente: “Mi sembra strano che le mafie investano denaro nel calcio che non è produttivo”. Hai capito, anche il procuratore? E il dubbio che l’investimento delle mafie non sia se non parzialmente per ripulire denaro (si fa per dire, vista l’opacità del pallone) ma essenzialmente per coinvolgere socialmente popolo e amministratori in uno scambio di potere e favori che si svolge come vediamo sempre e comunque e a qualunque livello? L’idea che il calcio sia il veicolo di comunicazione e di intrecci più immediato ormai sulla faccia della terra, una specie di “cocaina legale” che intossica o può intossicare il sistema nervoso di una cittadinanza, specie se povera d’altro, fino a renderla “dipendente” nel senso più mafioso possibile ? Questo, procuratore mio, è un riprovevole dettaglio? O non piuttosto lo specchio perfetto, non più convesso o deformante, del Paese nel calcio e del calcio nel Paese?
E A FARLA PIÙ cialtrona, un giorno prima di tutto ciò c’erano stati titoli cubitali (assai più che sulle faccenduole appena menzionate...) sulle dichiarazioni di Totti romano de’ Roma contro la Lega, ma quella Nord... con immediata risposta della medesima molto più a suo agio in querelle di tal livello che quando deve spiegarci – per dire – il federalismo fluviale. Ah, non sapete che cos’è o che cosa potrebbe diventare il “federalismo fluviale”? È semplice. Prendete il Po: ogni regione attraversata penserà da par suo e suddividendolo ben bene al proprio tratto di competenza, magari correndo appresso al flusso d’acqua per misurarla in tempo, prima che oltrepassi la dogana federalista...
E pensare, tornando al calcio, che la metafora “scontata” dello specchio offerto dalle imprese sudafricane della Nazionale allo stato comatoso di un Paese, nel modo in cui perdeva e non tanto perché perdeva (differenza decisiva), non era mai apparsa così contundente e netta: anche se aveva sollevato un piccolo vespaio pur senza farne parlare Vespa che “attovagliava” ben altri personaggi nel frattempo in vista del “dopo”. Invece pare che sia una metafora “contata”, nel senso che conta tutti i giorni o quasi un’altra dimostrazione della sua veridicità. E un Paese fondato sul calcio che va a rotoli, e dietro al quale naturalmente si agitano le stesse lobbies che hanno triturato il sistema-Italia, davvero non è di buon augurio per nessuno, se non per i soliti “happy few” o “lorsignori” o come volete chiamarli. Si potrebbe rigirare la frittata sostenendo che appunto è il calcio a essere fondato su “questo” e non altro Paese. Ma mi parrebbe una volta di più la dimostrazione di un teorema che le cose ci sbattono in faccia quotidianamente. Ad maiora...
o.b.
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