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EROS TERMINAL. IL VIAGRA & IL POTERE
Un'anticipazione di "Eros terminal - Il sesso, l'età, il potere" (Garzanti, pagg. 270 pagg, 16.60 euro). In libreria da oggi.

pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2009

Rada, dopo, se lo rimirava con interesse,come se lo vedesse per la prima volta invece di conoscerlo a fondo da un paio d’ore. Lui era piacevole, ma veramente piacevole, con quell’aria armoniosa degli attori di una volta, quei caratteristi che facevano la fortuna di certe commedie cinematografiche ormai sostituite dalla tragedia quotidiana di un’era geologica soltanto violenta.Gli occhi erano quelli giusti per quello sguardo avvolgente insieme liquido e solido, in grado di entrare nelle persone, di starci un po’,di solidificare se necessario o voluto, e di uscire di nuovo liquido. Non era uno sguardo, era un mercurio con tutti gli effetti ipnotici di un mercurio. La differenza con prima, con sempre, era l’egopirite, e la sua condizione terminale che aveva bisogno di onorare il principio di necessità, di sfoltire il superfluo, i rapporti, le azioni. E se ci fosse riuscito anche con i pensieri?

«A che stai pensando?» chiese lei passandogli la mano sul torace.

«Siamo già al massaggio cardiaco? Ti ho fatto quest’impressione?» sorrise benevolo.

«Ma no,anzi…prendi qualche prodotto? Ma sì, per la virilità?»

Non aveva mai preso nulla in vita sua, e il vocabolo «virilità» gli era sempre suonato, fin dal liceo classico ormai remotissimo, come una tela esile e facile da strappare. Virilità… Non poteva reggere. Invece vis, forza, e non vir, uomo, poi peggiorato cacofonicamente in virilità… vis era tutta un’altra cosa. «Sì, un combinato disposto fortissimo, insomma un cocktail che si chiama, si chiama…» fece per guardarsi l’uccello in quiete, l’uccellino tra la peluria ingrigita che lo faceva pensare a quelle foreste pietrificate dei film in costume… come se intendesse leggere la dizione del farmaco tatuata dove non si dovrebbe.

«Non si legge adesso, ma mi pare di ricordare che si chiami Glandex.» Lei rimase per un attimo instupidita. Glielo prese in mano, facilmente, meccanicamente, poi quasi immediatamente capì. Chiese:

«Glandex? Mai sentito... È come la faccenda dell’investimento, immagino, vero?» e si rilassò.

«Quella dell’investimento temo sia vera… anche se mi ero fermato e non ho potuto far nulla… Questa del Glandex no… Sono come mi hai sentito. E adesso eccolo qua, barzotto.»

«Come barzotto? Che vuol dire?» domandò la donna delle steppe. «Hai presente le statue, i nudi?» fece lui brandendo non senza un briciolo di simpatia quella piccola cosa. «Nel mio paese ero laureata in storia dell’arte, e poi in audiovisivi», commentò lei quasi burocraticamente.

«Barzotto è un po’ dialettale, sta a significare qualcosa tra il sodo e il tenero… e il membro delle statue è così, sodo per la materia di cui è fatto, tenero perché a riposo. Hai visto molte statue con l’uccello dritto, perfetti marchingegni idraulici quasi fossero dei fontanazzi, delle pompe…?»

«No, certo, sono membri non proprio molli ma…»

«Barzotti, appunto. Come il mio adesso. Naturalmente e originariamente barzotto, senza aiuti chimici, dico.»

«E per quanto tempo rimane barzotto?» domandò lei cercando con le labbra di giocarci. Le labbra di sopra, quelle che completavano le foglie nell’ovale oriental-occidentale.

«Ancora per un po’, credo, temo…» risorrise lui tuttavia benevolo, carezzandole i capelli scuri cortissimi. «E perché così corti?» chiese infatti.

«È un voto… Quando mi sono prostituita, per un breve periodo fortunatamente, ho fatto il voto che li avrei portati cortissimi per tutta la vita non appena fossi riuscita a cavarmela in altro modo. Prima avevo dei capelli ricciuti, molto particolari», e cavò dal cassetto del comodino una foto a testimoniarlo. Pareva un’attrice del cinema muto, assai espressiva. «Stavi benissimo», declinò lui. «Stavo malissimo», rispose lei. Lui tacque per un po’,percapire se lei voleva raccontare oppure no. Voleva raccontare. «Per carità, c’è di peggio nella vita. Ma avevo una figlia, e una madre, e insomma è capitato. Come se tu mi dessi del denaro, adesso, o qualcosa del genere… Mi pagarono una volta, lo rifeci in un giro abbastanza privato, finì quasi subito perché un tale, un cliente diciamo, si innamorò di me e mi trovò presto un lavoro molto periferico nella televisione, qualcosa di appena superiore alla donna delle pulizie, e di lì abbastanza in fretta feci altre cose fino a fare il lavoro che sto facendo, e per il quale almeno in parte avevo studiato. Mia madre nel frattempo è morta, te l’ho detto, mia figlia studia in un convitto. Il resto del mondo continua a prostituirsi.» «Questo lo so», fece lui. E per un po’ elencarono le varie forme di prostituzione di cui quella sessuale era forse la meno ignobile, se slegata dal mondo dei «magnaccia», degli sfruttatori. «Anche se è solo e sempre un problema di parole»,stava dicendo lui, «perché lo sfruttamento del sesso è da sempre coinciso con il potere, in tutte le forme, e il potere e ancora di più il sottopotere è fatto di sfruttatori. È un mercato non dichiarato, o non dichiarato abbastanza, di cui si conoscono le regole che ipocritamente vengono tenute da parte quando è il momento di negoziare. Che cosa vuoi che sia una prostituta che te lo prende in bocca per denaro? Un caso, un accidente, un negozio…?» concluse irrigidendosi appena perché lei non voleva che un signore ancora piacevole si smarrisse nel fogliame della teoria. C’erano le foglie della pratica, e Rada lo sapeva quanto lui. Entrambi erano di buon umore, anche se diversi in tutto. Miracoli della storia dell’arte.

Prima che lui le imponesse con affettuosa fermezza di interrompere la storia della sua vita, Rada, ergendosi nuda come una sirena dal pulpito delle lenzuola, fece in tempo a tracciare lo scenario di quegli anni, esagerato e insieme statisticamente rappresentativo. Per cercare di convivere con la prostituzione, non intesa come dimensione dello spirito e della mente come accadeva ormai con grande frequenza, bensìbanalmenteconlospogliarsi a comando e prendere uccelli di varia dimensione, vivacità e humour in molteplici cavità del suo corpo allungato e allora lungocrinito, il salice, che all’epoca non aveva nulla di allegro da sfrondare, si dette allo yoga. Erano tempi in cui la prostituibilità lasciava comunque dei buchi da riempire e la meditazione orientale in varie forme pareva essere oltreché di moda anche d’aiuto. Era in fondo assai schematicamente il polo opposto di un paio di mutande strappate, e anzi le rimuoveva dall’orizzonte psichico. Forse, si disse Zelig in una delle sue passeggiate per i giardini delle tempie altrui, c’era persino chi riusciva a dare contemporaneamente il culo a qualcuno e il corpo mistico a qualcun altro, una divinità, una figura convenzionale o sé stesso.

Comunque fosse, il degrado esterno costringeva quasi a una forma di compensazione interiore più o meno sentita. E in un mondo decisamente vecchio e longevo, quindi con più anni davanti per prefigurare la dipartita, c’era anche chi aveva pensato bene di trasformare in business dei corsi cosiddetti «preparatori al passaggio», una specie di Divina Commedia scritta con i piedi. Come un carciofo con le sue foglie strappate via via, o gli stadi di un missile: dallo yoga ai corsi preparatori, alla voglia di vita che qualcuno tirava fuori neppure troppo imprevedibilmente proprio dal contrappasso di quella speciale e ultimativa preparazione.

Dallo yoga, infatti, Rada ne era uscita serena nello sguardo e placidamente autunnale nell’erotismo che effondeva come in quel caso, nella chiesa della sua casa; dai corsi paraccademici eutanasici i vecchi pronti ad andarsene ne erano invece sortiti spesso – più spesso di quel che si sarebbe immaginato nello sconforto circostante – prontissimi a restare, perinde ac cadaver, davvero fino alla morte gesuiticamente intesa, cioè al contrario. Altro che preparazione , non se ne volevano proprio andare e i corsi li spingevano ad attaccarsi all’osso come se ci fosse intorno ancora della carne esistenziale da digerire. Scherzi della natura, quella umana compresa.

Del resto questa voglia di sopravvivenza in uno scenario mutato, molto più povero, per alcuni misero ma appunto per questo essenziale, era un po’ quello che stava accadendo nella routine di tutti i giorni, di giorni nuovi e di nuovo pieni di bisogni necessari, a partire dall’uso a ritroso di un tempo che fino a non tanto prima si era impadronito di te senza particolari riguardi. La catarsi stracciona di una tecnologia regressiva aveva per esempio diradato di parecchio gli uomini-telefono mobile, quell’umanità filante come mostriciattoli da cellulare abituata ormai a parlare da sola, in un autismo giustificato soltanto da un auricolare e gratificato da bizzarri accessori da E.T. mal riusciti. Se ne vedevano in giro sempre meno, la crisi essendosi portata via la più parte dei ripetitori in un deserto di installazioni che rendeva praticamente inutili quegli apparecchietti morti o agonizzanti a intermittenza.

Pensare che allora, quando ognuno era più o meno un portatore in-sano di telefonino, il tempo mentale si era ovviamente ridotto ai minimi termini pur costituendo di suo in teoria (ma quale?) una porzione forse non del tutto ininfluente del tempo in sé, del tempo in generale, del generale Tempo. Che era stato degradato dalle circostanze e dallo stile di vita senza stile a un modesto sottufficiale nella caserma delle priorità.

Eppure, sostenevano i più lucidi esegeti della telefonia mobile, altro non era che il prezzo pagato se non al progresso almeno allo sviluppo della comodità.

Adesso che si era invertita o almeno convertita la rotta, il tempo si era vendicato, ridilatandosi, tornando sé stesso, rimettendo gli umani in condizioni e nella responsabilità di governarlo, di nuovoaltimoneancheinepocaditempeste travestite da bonaccia. Soprattutto il Generale aveva ripreso a imporre loro di misurarsi con il famigerato tempo per pensare, quello per qualche generazione conservato nell’umido delle cantine affinché non andasse a male del tutto. E questo era avvenuto rallentando i ritmi delle macchine, dei bipedi, del loro apparato temporale, cioè la strada che passa tra una tempia e l’altra. Almeno così rimuginava lui, tirando su senza sforzo apparente la cerniera dei pantaloni e lasciando la sacerdotessa e il luogo di culto dove avevano praticato un convincente catechismo reciproco. Non senza averla prima carezzata con lo sguardo. Sarebbe presto venuto l’autunno, gli dicevano quegli occhi gentili.

“Eros terminal - Il sesso, l'età, il potere" di Oliviero Beha (Garzanti, pagg. 270 pagg, 16.60 euro).

o.b.

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