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    21
    apr.
    2012

    Efferato delitto in Italia: uccisa la reputazione. Fervono le indagini ma gli assassini restano nell’ombra …

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    “Dov’è il reato?” è l’interrogativo che spunta dappertutto ormai da un pezzo. Vale per Berlusconi, ancora oggi impelagato negli sviluppi delle inchieste che coinvolgono simpatiche figure della triste commedia all’italiana di questi anni. Vale per molte altre figure pubbliche, politiche e non, con l’imbarazzo della scelta. Pensate alla lettera della moglie di Antonio Simone, amico e sodale del presidente della Regione Lombardia, Formigoni, in carcere (Simone…), pubblicata ieri su “Il Corriere della Sera”: spaventosa nei confronti del Governatore di “Comunione e Liberazione” (non indugio sulla formula rivista di Dagospia – Comunione & Fatturazione-) almeno sul piano etico in attesa del resto. Pensate alla storiaccia della Lega, o ai Penati o ai Lusi, e andando indietro negli anni a quella sfilza di politici, imprenditori, banchieri, finanzieri, grand’ufficiali (ma anche calciatori, giornalisti, gente di spettacolo) ecc.: una sfilza interminabile per un unico delitto che non c’entra necessariamente con le inchieste delle Procure o le sentenze dei Tribunali ma le contiene tutte anche quando le cose giudiziariamente vanno a finire bene o non particolarmente male. Il delitto è quello di “strage della reputazione”.

    Sembra che non doversi vergognare di nulla e poter guardare in faccia tutti sia ormai, non dirò un’eccezione o un optional, ma tra poco un sinonimo di fallimento individuale e sociale. Quello non è neppure andato in galera, non è mai stato indagato, non si dice nulla di male di lui? Beh, deve essere uno “sfigato”, uno “che non ce l’ha fatta a diventare mascalzone”, per i casi della vita, debolezza di carattere, scelte sbagliate in direzione di una normale onestà considerata ormai come il lato debole della disonestà. Tutto questo bolle nel calderone della (assenza della) dignità del singolo e della collettività, calderone che nel sentore comune ormai da tempo manda un cattivissimo odore. Basta leggere i giornali, o sentire alla radio o alla tv le dichiarazioni di tutti o quasi i coinvolti: si misurano solo con quella formuletta (“dov’è il reato?”, appunto) che dice tutto sul piano di una legalità continuamente violata in un Paese allo stremo da questo punto di vista, ma dice relativamente poco sull’idea di moralità, di etica, di dignità che circola tra di noi. Hanno ucciso la reputazione, non so se ve ne siate accorti, se qualcuno (“le forze dell’ordine dell’amor proprio”?) stia facendo indagini, se ci sono dei sospetti, se si arriverà a degli arresti e magari a un processo. Il tutto ovviamente metaforico. Anzi, apparentemente metaforico.

    Perché la dignità personale è fatta di quotidianità, di “carne e sangue”, di modo di guardare negli occhi, di modo di parlare per esempio ai figli o più in generale ai giovani, nella gerarchia di priorità della tua vita ecc. Anche se sembra tutto metaforico, simbolico, allegorico, in realtà a essere onesti con se stessi è tutto tremendamente concreto e materiale, e tutti sanno di che cosa io stia parlando. Ci sono state generazioni in passato che hanno sacrificato la vita sull’altare della dignità e della reputazione. Adesso, dopo questo “massacro”, bisognerà lavorare duro per rimettere in sesto un’idea accettabile di reputazione, di rispettabilità, che oggi è vissuta come palla al piede oppure non tenuta in alcun conto da generazioni allevate in assenza di tale idea.

    La “scena del crimine” è l’Italia tutta: il delitto è culturale in senso pieno, non ci sono “governi tecnici” in grado di generare politiche adatte ad abbassare questo tipo profondo di “spread”. Dovremmo ricominciare noi, da tutti e da ognuno, ma siamo sempre lì: aspettiamo che siano gli altri a farlo, per non annichilirci nell’altro interrogativo di fondo e cioè “ma io sono più fesso degli altri a parlare e comportarmi ancora in termini di reputazione da salvaguardare?”. Il punto di ripartenza è percepire come un vero e proprio “delitto” questa soppressione della reputazione, così da poter opporre al diffuso “dov’è il reato?” qualche beneaugurante “ma non ti vergogni, non pensi all’idea che gli altri si fanno di te, della tua irresponsabilità morale? Non ti fai un po’ schifo?”, eccetera eccetera.

    Postato da Redazione
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