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    31
    mag.
    2012

    Ai confini della giustizia

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    riforma_csm

    A Napoli dicono che “o’ cane mozzeca o’ stracciato”, e sembra sempre più vero in questo disgraziato Paese. Non fai in tempo a ridere per non piangere con lo scandalo delle scommesse e il pandemonio che sapete (all inclusive, con Monti che propone una “moratoria” e Zamparini che difende i suoi negozi… ma non ci dovrebbero essere come per i pugili le categorie di peso e credibilità?), che mezzo Paese piange davvero, trema, vien giù e fa vittime. I titoli di prima pagina si rubano spazio, e cose importanti per il presente e per il futuro rischiano un momento di luce mediatica prima di rabbuiarsi, e a volte neppure quel momento. Provo con la mia lampadina.

    Della vicenda della riforma leggermente clandestina del Csm in direzione di una spartizione “laica” cioè partitica a spese della parte togata, sappiamo abbastanza perché ne parlavano anche i giornali di ieri, compreso questo: non è andata a buon fine, Monti ha sconfessato il suo sottosegretario che – sembra – “non l’ha fatto apposta, gli è sfuggito…”, le bocce sono ancora ferme a prima, cioè a una situazione di oggettiva lottizzazione che però non sta bene chiamare così.

    E dunque la chiamiamo presenza distribuita tra magistrati tutti ovviamente indipendenti dalla politica e figure “maturate” dai partiti e dalle aree circostanti. Questo per il Consiglio superiore della magistratura presieduto costituzionalmente dal primo cittadino. Come pure sappiamo qualcosa (anche se non dalle prime serate in tv…) degli sfondoni di un altro sottosegretario stavolta alla Giustizia in merito al falso in bilancio, che fosse per lui sarebbe rimasto distante mille miglia dall’ipotesi legislativa di reato come vorrebbe invece qualche parlamentare per bene: sia il ministro deputato sia Monti hanno messo una toppa. Ma qui c’è forse bisogno di un’altra toppetta. Della giustizia si parla in questo Paese quasi esclusivamente in termini di diritto penale, meglio se in conflitto con la politica, oppure di diritto civile specialmente riferito al lavoro, altra materia socialmente infiammabilissima. Ma della giustizia amministrativa, invece, praticamente nisba. Sì, sappiamo vagamente che è regolata dai Tribunali amministrativi regionali, e dal Consiglio di Stato, ma se vi chiedo per esempio qual è l’equivalente del Csm come organo di autogoverno del ramo, dubito che corriate a rispondermi: è il Consiglio di Presidenza.

    Ebbene è storia recente, sottaciuta, ignorata, che codesto Consiglio di Presidenza sia intervenuto nei confronti di un presidente di sezione di un Tar, invitandolo ad applicare una norma processuale nel senso indicato dallo stesso Consiglio. Immaginatevi se fosse accaduto nel penale, il Csm che “invita” qualche magistrato a decidere così o cosà. Verrebbe invocato (in questo giornale credo con evidenza cubitale…) il principio dell’indipendenza del giudice soggetto costituzionalmente soltanto alla legge, al quale solo spetta l’interpretazione della medesima: una palafitta del diritto. L’altra è quella della precostituzione del giudice naturale, che deve essere terzo, indipendente dalle parti. Non te lo puoi scegliere tu, insomma. Di qui l’indicazione “rotatoria” all’inizio dell’anno dei vari collegi, che ti possono capitare. Ma anche qui il Consiglio di Presidenza, ripeto organo di autogoverno della giustizia amministrativa, se ne è uscito con una novità: basta con il collegio giudicante dei soli tradizionali tre giudici che si occupa del caso specifico, si allarghi la competenza e la facoltà decisionale a tutti i collegi e quindi a tutti i magistrati previsti per quel giorno in quell’udienza. Tutti in Camera di Consiglio, appassionatamente, in nome, dichiarato, di una “uniformità di giudizio”. Che vuol dire? Crollano le palafitte a nostra insaputa? Sono un profano, certo, ma sento puzza di bruciato, ai confini della giustizia… Sbaglio?

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    Postato da Redazione
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