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    09
    ott.
    2012

    I peggiori anni della nostra vita

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    Il culo e lo stivale

    Li racconta Oliviero Beha nel suo ultimo libro, “Il culo e lo stivale”. Un titolo forte e provocatorio, per dare una scossa e tentare di uscire da questa pace incivile con un nuovo senso di responsabilizzazione. Per costruire “il partito che non c’è”.
    di Lucia Castagna per Leggeretutti.it

    Per dirla con Franco Battiato, che ne ha scritto la prefazione, questo libro è uno di quelli che
    lasciano il segno. Fin dal titolo, provocatorio, ma in fondo neppure troppo, perché il culo è una parola entrata nel linguaggio corrente, applicabile a vari concetti, che non sempre sono
    metafore, ma specchio della realtà.

    Beha, voleva scandalizzare?
    Ma no, è come una favola di Esopo, il lupo e l’agnello, la volpe e l’uva… Certo, una volta si diceva sedere, ma ormai è una parola che non adopera più nessuno, se non per indicare un verbo. Ho solo preso un vocabolo funzionale e liberatorio, che comprende tutto, in senso letterario e in senso figurato, da Valeria Marini agli operai della Fiat alla politica alla pubblicità agli affanni quotidiani… In fondo, a guardare bene, la nostra classe dirigente è piena di facce di culo… E in tanti si sono rifatti la faccia con la chirurgia plastica, che per la riuscita dell’intervento ha prelevato proprio pezzi di culo…
    Passando dal culo quotidiano che la gente si deve fare per sopravvivere, e dal culo che hanno avuto altri graziati dai favori dei potenti… Siamo finiti nel cul de sac di un presente e di un futuro nebulosi e atterrenti, con le classiche pezze al culo, e abbiamo paura per il futuro nostro e dei nostri figli, perché la crisi economica, il lavoro volatilizzato, la precarietà, la sospensione della speranza non ci lasciano margini di uscita.

    Il suo libro parte da questo assunto, e poi lo lega allo stivale…
    Sì, perché questo concetto, quest’immagine sembra diventata il logo del nuovo millennio. E lo stivale ovviamente è l’Italia, che potrebbe prenderlo a pedate, ma non lo fa. Anzi. Per questo, penso che potrebbe essere utile una ripassatina alle due ultime generazioni, come faccio nel libro… Siamo stati oggetti di uno stile di vita che non ci apparteneva, e adesso che
    ce ne siamo accorti aspettiamo ancora i buoni che ci porteranno sulla retta via. Ma è una visione sbagliata, miracolistica, e il miracolo dobbiamo farlo noi. Abbiamo bisogno di  riprendere tutti, tutti indistintamente, il principio di responsabilità, ma fino a quando ogni singolo cittadino non prenderà coscienza di questo, andremo sempre più a fondo.

    C’è una prospettiva di salvezza?
    È una domanda cattolica, perché la salvezza si deve anche guadagnare, ma non so se faremo in tempo… Io mi pongo domande forti, profonde. Ci possiamo permettere la democrazia? E la salute dell’Italia a che punto è? Il concetto da hit pa

    rade della sopravvivenza ci indica davvero cosa è essenziale, o il consumismo ha ormai avuto il sopravvento? In questo libro, conto i peli del governo, ma anche dell’opposizione, senza fare sconti a nessuno.

    Tanto per alimentare la sua fama di giornalista non allineato, e quindi scomodo.
    Scomode sono le sedie… Io non dico quello che non penso, ed è già molto. Certo, non posso dire tutto quello che penso, e già quello che dico o riesco a dire è sufficiente per creare  sensazioni di terribilismo e di imbarazzo. È che siamo un paese tendenzialmente schiavo, e facciamo poco per toglierci la nostra sudditanza. Io, per dirla con il capo del governo, cammino con la schiena dritta, e non per un problema ortopedico… ma per questo paghi un
    prezzo altissimo, vieni estraniato, tenuto alla larga…

    In un paese in cui tutti cercano aiutini e protezioni, pare quasi incredibile.
    Io non voglio crepare avendo pensato con la testa altrui… Siamo un paese di leccaculo, e molto più mafioso di quello che sembra, nel senso antropologico più acuto, e il contagio di “parentopoli” elevato a sistema ovunque, è la versione aggiornata del nepotismo papale e laico dei nostri secoli migliori. Ma è inutile bendarsi gli occhi, specie se non sei fatto così e ti senti straniero a casa tua. Al massimo, ti fanno lavorare meno. Ti fanno apparire meno.

    La sua trasmissione “Radio Zorro”  dieci anni fa era diventata il caso radiofonico dell’anno, con oltre centomila richieste di intervento arrivate da ogni parte d’Italia. Perfino Navarro Valls aveva detto che Wojtila, in vacanza, l’ascoltava alla radio sulla jeep come esempio di giornalismo trasparente e al servizio del pubblico… tanto che si trasferì pure in tv con “Video Zorro”. E poi, all’improvviso, tutto cancellato. Aveva dato fastidio a qualcuno?
    Probabilmente sì. E non ho protezioni. Ma questo è il mio modo di intendere il giornalismo.
    Tengo gli occhi aperti, vedo e racconto. Non mi fa male raccontare, perché amo le parole. Semmai, mi fa male vedere. Sono un uomo libero, anche se la libertà, come la verità e la  democrazia, sono criteri relativi… Diciamo che sono uno che cerca di essere libero.

    Così libero da denunciare per primo, trenta anni fa, tutto il marcio del calcio italiano…
    Sì, avevo capito che era un sistema malato, ma era un ambiente ancora intoccabile, e mi dettero del visionario. Ero considerato troppo colto per scrivere di sport, e con quella scusa mi tenevano alla larga. Ma la parola l’ho sempre amata, anche grazie a uno zio semiologo che era stato maestro di Umberto Eco, e quella è la mia forza, perché non possono spegnerla. L’anno scorso ho pubblicato anche un libro di poesie, Meteko, con la prefazione
    di Dario Fo. Sì, come aveva detto qualcuno, una conversazione ci salverà la vita.

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    Postato da Redazione
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