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    15
    nov.
    2012

    La strage dei garantiti

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    telepatia_logo

    di Riccardo Bocca, L'Espresso Blog

    Ci vuole una gran tenuta morale, per continuare a fare il giornalista come lo fa Oliviero Beha, e per capire di cosa stiamo parlando basta seguire una puntata del suo nuovo programma nella terza serata del sabato (”Telepatia”, Raitre).

    Di fronte c’è un signore che ancora svolge il proprio mestiere senza perdersi nel consueto patchwork di comparsate catodiche, spettacolini teatrali pseudoimpegnati, miagolerie twitterate e altri gadget mediatici.

    Complimenti Beha, non è da tutti in questi anni cialtroni insistere nella rincorsa dei contenuti – parola, ci si faccia caso, dal suono austero -. E soprattutto, non è semplice utilizzare per l’ennesima volta le Teche Rai senza per questo trasformarsi in un profeta del “c’era una volta” e del “si stava meglio quando si stava peggio”.

    No: niente di tutto questo è “Telepatia”. È la sintesi sociale tra ieri e oggi, invece, consentita dal confronto tra ciò che siamo stati e quello che stiamo diventando.

    Perfetta, in questo senso, è stata la scelta della prima puntata, che passerà all’archivio con il titolo “Ladri d’Italia”.

    Un’alternanza di filmati in bianco e nero (come la candid camera di Nanni Loy del 1964, in cui si faceva scoprire a rubare in un grande magazzino) e inchieste attuali (come l’incredibile scippo di libri antichi avvenuto alla libreria partenopea dei Girolamini) dalla quale emerge un unico commento spendibile: quello proposto, in studio, dall’ex sbirro in terra lombarda Achille Serra (oggi miseramente finito tra i papaveri e papere dell’Udc).

    «Non cambia mai nulla in questo Paese», ha infatti detto (s)ragionando di corruzione, ladri e immigrazione clandestina.
    Che ha un po’ il sapore rancido della sparata da nonni, stanchi della vita attiva e propensi al borbottamento compulsivo.

    E però è la conclusione a cui ci induce Beha grazie a una brillante tecnotrovata, apparendo lui stesso a colori dentro i filmati inseppiati dell’Italia che fu. Quanto basta per suggerire che non è poi troppo diverso, l’attuale furto delle identità virtuali da quello delle sette mele raccontato in un servizio di Ugo Gregoretti (1965). Ciò che è cambiata, piuttosto, è la percezione psicosociale del reato, che mezzo secolo fa spingeva una ragazza ingiustamente incolpata di un piccolo furto a esclamare: «Io sono figlia di un maresciallo della polizia!».

    Parole di burro, pronunciate oggi in un contesto simile. Perché il problema vero, e dolente, nella sfasciopoli del nuovo millennio, è che nessuno è più garante di niente.

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    Postato da Redazione
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