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    12
    mag.
    2014

    L’uomo che pedalava per salvare vite umane

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    gino-bartali_uomo-in-fuga

    C’è un uomo solo che pedala lungo la via per Assisi: è un ciclista, ma stavolta corre per salvare vite umane. “Un cuore in fuga” è il nuovo libro di Oliviero Beha dedicato a Gino Bartali, in libreria dal 13 maggio e presentato sabato 10 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino. In anticipo uno stralcio uscito domenica 11 maggio sul Fatto Quotidiano.

    un-cuore-in-fugaUn cuore in fuga, di Oliviero Beha
    Piemme
    Pagine 265, 14.90€

    Erano mesi e mesi che Gino pistava sulle strade toscane e umbre, latore dei documenti contraffatti ma anche di informazioni preziose sugli spostamenti di tedeschi e repubblichini. E quando poteva reperiva cibo per i più deboli, i “poveracci”, nella fame dilagante. Tra ciò che era permesso fare, come ad esempio aiutare i più disgraziati magari nell’ambito di iniziative che partivano dalla Diocesi e dai vari ordini religiosi, e ciò che invece non era permesso, dalla “operazione documenti” alle informazioni cruciali per i partigiani e i profughi in genere, lo spartiacque cambiava di volta in volta, secondo le circostanze. Nel termometro del rischio il mercurio andava a balzi, così da stressare chiunque. Gino compreso, naturalmente, giacché la sua forza morale doveva fare i conti con la sua razionalità che l’adrenalina caricava a mille. Lo dice lui, sempre in quella forma pudica delle sue memorie “reticenti”. “Dovunque andassi mi pareva che mi seguissero. Io, che già dormivo poco, smisi completamente di farlo. Rimanevo tutta la notte ad ascoltare lo sfrigolio dello stoppino di una lampada a petrolio”.

    Lo stress cresceva, cercava di non farlo pesare a nessuno anche perché gli era impossibile motivarlo oltre il comune sentire sotto le bombe sempre più fitte, era preoccupatissimo per la moglie tenuta ermeticamente all’oscuro: Adriana era incinta del secondo figlio, che non sarebbe mai venuto al mondo. La quotidianità si snodava tra la prassi sconvolta dalle granate e l’eccezionalità senza sosta del “lavoro segreto” di Gino. Che dopo mesi e mesi era stremato, non tanto fisicamente quanto psicologicamente. Per i primi due anni abbondanti di guerra si era sorpreso spesso a pensare che fossero anni non “perduti”, alla lettera, ma “negativi” dal punto di vista della sua carriera. Man mano poi che il conflitto montava, aveva visto le cose con altra prospettiva e da quando Monsignor Dalla Costa gli aveva affidato “la” missione ovviamente era cambiato tutto, anche se all’esterno doveva simulare una continuità con il Gino di prima. Ma dire che non si aspettasse qualche brutta sorpresa, quello no, non era cretino: impazzavano le squadracce fasciste più zelanti addirittura dei nazisti, e un campione di ciclismo e di popolarità che girava con una simile libertà non poteva non dare nell’occhio. Almeno così temeva, e a ragione, nella Firenze anche delle spie che in quell’estate del ’44 si avviava all’ultimo atto dell’occupazione tedesca. Fu allora, in un giorno afosissimo di luglio, che le cose precipitarono e arrivò appunto “il momento pessimo” di Gino, neppure troppo inaspettato, come detto. Il paradosso, intrigante nel raccontarlo ma affilato nel viverlo, fu che il Bartali postino non c’entrava moltissimo con il motivo per cui venne arrestato, interrogato e programmato per un’esecuzione. La colpa, se vogliamo chiamarla così, fu sempre della “posta” ma riferita piuttosto al Papa o alle alte sfere del Vaticano. Una colpa “burocratica” che rischiò di essere letale per Gino. Adesso se ne parlerebbe come di un eroe caduto in guerra per mano delle spie fasciste e dei criminali repubblichini. Riscrivendo la storia con i “se”, probabilmente Gino morto in quella circostanza godrebbe oggi di assai maggiore popolarità di quella che invece gli è toccata alla memoria: chiedete in giro, alle ultime generazioni ma non solo a loro, notizie di Gino Bar-tali. Ammesso che se

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    lo ricordino vi diranno riduttivamente che era il rivale di Fausto Coppi, anche se per parecchi orecchianti “meno campione del campionissimo”…

    Un torto clamoroso che si spiega anche con il mito di Fausto sparito all’improvviso dall’immaginario collettivo a quarant’anni quando ancora doveva chiudere la carriera, e proprio in una squadra diretta da Bar-tali… Meglio morire con la testa bionda… chi muore giovane è caro agli dèi… e insomma il catalogo poetico è questo e ancora una volta toglie tantissimo all’eroe silenzioso che come vedremo detestava pienamente il sostantivo. La “colpa” del Vaticano, che rischiò di far giustiziare Gino, ancora più paradossalmente per un postino speciale come lui fu appunto di genere “postale”: ma sì… Per consuetudine diplomatica da Roma arrivavano lettere di ringraziamento nei confronti di chi si adoperava cristianamente per alleviare le sofferenze in quel tempo tragico. E Bartali era notoriamente uno di quelli, anche se sul versante diciamo così lecito, permesso, non passibile di conseguenze. Quindi fu destinatario di una di quelle lettere. Intercettate, e dalla genia peggiore in circolazione a Firenze e in Toscana in quella fase turpe della guerra. Lo chiamavano “l’Himmler italiano”, e lui godeva di quel soprannome perché tale avrebbe voluto essere. Girava bardato fino all’inverosimile di tutti gli orpelli “gotici” del comando, “noir” d’anima e di aspetto, era o si faceva passare per Maggiore, era sempre circondato da un drappello di fedelissimi che facevano a gara nel dimostrarsi più feroci del capo, il suo nome era Mario Carità laddove il “no-men omen” del destino diventava “disomen” volgendosi quasi sempre tragicamente nel suo contrario. In quel periodo di transizione tra il ’43 e il ’44, prima dell’arrivo degli Alleati, in cui l’odio e la paura si attizzavano l’un l’altra Carità faceva praticamente il bello e il cattivo tempo, con un punto d’onore nel terrorizzare le persone e uno zelo nell’interrogarle, torturarle e spesso farle uccidere che seminava ovunque la paura…

    Postato da Redazione
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