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  • Oliviero Beha
     
    24
    lug.
    2014

    Passato il calcio, gabbato il Brasile

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    Che cosa resta del superlativo “Mondiale dei Mondiali” dieci giorni dopo? E soprattutto cosa del Brasile, quale Brasile, quale idea del Brasile? Intanto restano le premesse della vigilia, così fortemente sovrimpresse nell’immaginario diffuso da essere ancora pienamente percepibili: l’Evento non le ha cancellate ma solo modificate. Si prospettava un Mondiale timbrato dalla Seleção, destinata finalmente a vincerlo in casa dopo il Maracanazo del ’50 e la delusione messicana d’area dell’86, intervallati dai trionfi in Cile e in Messico ma nel ’70.

    Il betting era stato chiaro, e gli addetti a lavori e livori specifici pure. Contemporaneamente intorno ai neostadi, cattedrali nello speciale sertao urbano delle folle sterminate, da tempo friggeva la protesta sociale contro il filone governativo, più preoccupato del successo della manifestazione che non della salute pubblica, delle favelas truccate da case, dei costi dei trasporti per fiumi e foci di moltitudini. Il fondale dei Mondiali nei mesi precedenti era dunque insieme un clima di guerriglia e al proscenio stadi in ritardata fase di costruzione, due fattori che cozzavano tra loro. Il tutto sotto l’egida di una cosca assai peculiare, quella della dirigenza pallonara internazionale denominata Fifa, che dai Mondiali avrebbe ricavato moltissimo senza dare pressoché nulla, se non l’imprimatur della sfera di cui possiede il monopolio.

    Questo il paesaggio prima del calcio giocato, con folle di turisti in arrivo perché il Brasile è il Brasile e il calcio comunque viene subito dopo, è appena – ma un briciolo solo – meno importante, una capoeira che raccoglieva visivamente e sonoramente l’eredità delle vuvuzela sudafricane, le trombette “nelsonmandeliche” di quattro anni fa. Adesso che il terreno di gioco è deserto possiamo fare un po’ di conti. In campo si è visto il peggior Brasile da molti anni a questa parte, livello peggiorato dal peso del pronostico che scontava arbitri favorevoli e circostanze sorridenti: ben presto gli arbitri sono scomparsi e la congiuntura astrale, leggi l’infortunio a O Ney, per ora l’unica assonanza con Pelé, ha mostrato il suo volto più arcigno.

    Nel frattempo per quasi un mese di riffa o di raffa si era come fermato, in sosta alla stazione dei Mondiali in tv, il bus della protesta sociale, così da non interferire più di tanto con l’insieme planetario. Era il calcio al pallone, non quello alle contraddizioni e ai governanti benché sindacalisti/socialisti/trabalhadores eccetera eccetera, il calcio che doveva contare. Ma spente le luci nel sertao, dopo una miniombra si sono subito riaccesi i fuochi della protesta. Roba di ier l’altro: nella più grande favela di Rio, il Complexo de Alemao, campo di concentramento per oltre 100 mila persone, irruzione della polizia militare in un’operazione anti narcotraffico, elicotteri e mitra, morti e feriti e baraccopoli sotto assedio.

    È il Brasile, bellezza… Ci sono stati osservatori italiani ferrati nelle analisi che prima dei Mondiali, a chi opponeva questa profonda contraddizione per la quale il paese naturalmente e culturalmente più calcistizzato della terra era in guerra contro i propri Mondiali che portavano via vita invece che favorirla, rispondevano: ma cosa volete che sia uno straccio di protesta di fronte a un Continente in evoluzione, a una potenza ormai di grandissima valenza politica ed economica? Peccato che gli stessi, oggi, dopo i Mondiali fallimentari, di questa protesta dicano che è la dimostrazione della democrazia, che “noi ce lo sogniamo un popolo così presente di fronte alle prepotenze e alle ingiustizie”.

    Nel raffronto sempre abborracciato con l’Italia il discorso magari fila anche, ma se lo fanno gli stessi che prima erano su posizioni opposte la cosa fa almeno sorridere. Sapete, gli intellettuali… E insomma, che Mondiali sono stati, che cosa ci lasciano in eredità?

    A parer mio una gigantesca bolla di calcio poco più o poco meno che modesto, reso digeribile dal grande livellamento e dalla sparizione delle cosiddette squadre materasso. In fondo il risultato più netto è stato quello a sfavore del Brasile… Di paradosso in paradosso, ha finito per vincere la squadra più forte, pur transoceanica, per una serie di motivi già analizzati a ufo e dipendenti da un sistema-Paese tedesco applicato nel sistema-calcio. Ma restano Mondiali modesti: li ha vinti la tv, da noi Sky a tutte le ore, che ci spacciava anche uno starnuto per un imperdibile fatto di cronaca.

    Gli attori filodrammatici sono stati i telecronisti o i pesci d’acquario dei talk-show, nella sovranità assoluta della pubblicità e degli sponsor diretti e indiretti. Ci hanno imbonito come polli d’allevamento, e ci siamo lasciati gaudiosamente imbonire. Lo stesso pubblico sembrava essere negli stadi più per un selfie collettivo che per tifare. Poi certo, lacrime ed esultanza, come sempre. Ma complessivamente resta negli occhi e nei sensi un sentore di recita collettiva che sminuzza tutto: passato il Mondiale, gabbato il Brasile. E noi con lui…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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