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  • Oliviero Beha
     
    31
    mar.
    2015

    Calcio corrotto, Nazionale di nessuno

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    Nazionale italiana
     
    Nazionale italiana

    La situazione è grave ma non seria: è vero che non c’è angolo del Paese cui non s’attagli a misura la citazione flaianea, ma per quel che riguarda la Nazionale momentanea è davvero perfetta. E non si tratta di essere contro Conte o a suo favore, di amare gli oriundi o di detestarli, di intervenire pro-Juve nella querelle con il ct o di prendere le parti di quest’ultimo, tanto capace quanto neurondivago. Il cuore della faccenda, grosso come una casa e proprio per questo tendenzialmente sottostimato, è semplicemente un assioma poco flaianeo e molto realistico: della Nazionale da noi non frega niente a nessuno. Viene di gran lunga dopo qualsiasi interesse della Lega di A, è posposta temporalmente, logisticamente e logicamente a qualunque impegno dei club e non manca mai occasione, oggettiva o semiseria, per esemplificare urbi et orbi questo stato delle cose.

    L’affaire Marchisio, tolto dal suo guscio risibile per cui in poche ore il giocatore aveva perso la stagione e poi era pronto per Pasqua, nella polpa non è nient’altro che questo, la sovranità dei club sulla Nazionale che dovrebbe essere espressione massima del nostro calcio. Corrotto anzichenò, anche se con un’altra parafrasi accreditando l’infezione della Nazionale incorrerei in equivoci di cui non sento il bisogno. Quindi non conta la Nazionale, non conta la Federazione di cui è il vessillo sul campo, conta solo l’indotto che fa vendere ed esibisce qualche telecronista all’incanto arrampicato sugli strapiombi del linguaggio, magari tirato giù nella cordata da qualche ex calciatore che giustamente penserà: perché l’italiano dovrebbe essere problema mio se a lui non dicono niente? Vorrei un Gubitosi in cabina…

    Se le cose stanno come dico e come del resto tutti sanno, a partire dai diretti interessati, in primis il più esposto, il Commissario Tecnico, è ovvio che la Nazionale sia un ricettacolo di contraddizioni, una specie di resto/mancia del calcio che conta. È vero, nelle partite più importanti di qualificazione e soprattutto in Mondiali ed Europei grandi ascolti, attenzione monstre e tutto il vertice italiano (per un momento non pensate a Tavecchio, ma a Mattarella…) che si sdilinquisce in un ridanciano patriottismo in calzoncini. Ma è a sua volta la sublimazione di un indotto, o il superindotto di un indotto, che invece nasce male e cresce peggio. Neppure è un problema di Conte o Tavecchio, di Marchisio o di Immobile: è sempre stato così, più o meno. E questo sottodimensionamento della maglia azzurra polverizza il senso di qualsivoglia bagarre polemica: oriundi sì oppure oriundi no? Ma se non frega niente a nessuno davvero del capitolo Nazionale, ci si accapiglia su una questione come quella? Qualcuno ricorda che già negli Anni 60 gli oriundi in Nazionale erano oggetto di esilaranti sketch di Tognazzi e Vianello in tv? Ed è passato mezzo secolo…

    Adesso impiantiamo qualche guerretta pacioccona per un Eder “che ha il calcio a giro” in una Nazionale troppo spesso presa a calci dagli eventi? Davvero la situazione è grave ma non seria. Forse Tavecchio, diventato in un baleno un bersaglio nazionale perché non conta fino a dieci prima di parlare, potrebbe porsi come obiettivo cruciale quello di riportare la Nazionale al livello di importanza prioritaria che le spetterebbe. Verrebbe un po’ tutto di conseguenza. Se si lavora in funzione di essa, cesserebbero le baruffe chiozzotte tra quel pensatore di Yaki Elkann e il suo ex superallenatore, così come sarebbe ridicolo schierarsi a favore o contro gli oriundi in un campionato in cui c’è sempre in campo più di uno straniero su due spesso con attestati di talento da prefisso telefonico. Meno stranieri, più italiani e soprattutto più Nazionale. Ma dovrebbe essere capovolta la clessidra di un calcio italiano malato, di corruzione e inadeguatezza, e non sembra scorgersi all’orizzonte qualcuno con tali caratteristiche. Così andremo avanti nello stesso modo, “come se” Eder rappresentasse un problema, “come se” il pareggio a Sofia nella modestia dilagante fosse un buon risultato, insomma “come se” la Nazionale fosse davvero la Nazionale. Non è così, non sono azzurri tenebra per quel che accade in campo bensì per ciò che non accade fuori.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    Dopp. .
    31/03/2015 alle 14:51
    Laggente ormai si identifica negli allenatori..mancando i giocatori,..si identifica in un idea di calcio che non esiste più..esiste solo la percezione di partite non veritiere, presidenti arruffoni...spettacoli sempre più deprimenti..ma le cifre che girano e che si gonfiano nelle logiche di mercato son sempre quelle.che fan da traino ..fin quando all'estero si avranno campionati molto più competitivi il nostro calcio sarà sempre una roba di passaggio,una base un po' sporca su cui formarsi per andare poi via a guadagnare il doppio e il triplo..proposta..facciamo la selezione dei profughi di Lampedusa e obblighiamo i nostri club a inserirne almeno uno in rosa...sembra una provocazione...

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