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    20
    gen.
    2016

    Le due Repubbliche di Bruno Corbi

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    Bruno Corbi
     
    Bruno Corbi

    Caro Direttore, sono Bruno Corbi (Avezzano, 1914-1983) e Le scrivo a proposito dei festeggiamenti per il quarantennale della Repubblica di Eugenio Scalfari prima, Ezio Mauro poi e infine Mario Calabresi, ai quali non sono stato invitato neppure alla memoria. Leggo che opportunamente il Suo giornale ha dedicato molto spazio ai racconti di questa nascita da parte di chi ci ha passato qualche giorno o qualche settimana, degli interessanti “ io c’ero” sui numeri zero con giudizi e aneddoti su quel varo e quei navigatori. Mi permetto di integrare le ricostruzioni poiché ho firmato la prima pagina del primo numero, un articolo sulla relazione di minoranza della prima Commissione parlamentare Anti-Mafia, l’unica notizia che gli altri quotidiani quel giorno non avevano. Fece clamore quel testo del PCI perché era la prima volta che ufficialmente veniva tracciato il quadro in cui figuravano i rapporti con “Cosa nostra” di notabili democristiani, come Gioia. Se non sbaglio anche il primo numero del Fatto privilegiava la notizia di Gianni Letta indagato, quindi rilevo una certa assonanza tematica tra i due debutti. Per di più a lungo Repubblica fu più un giornale di opinioni che di notizie, al punto che in redazione la chiamavamo con affetto Ripubblica perché costretti a recuperare affannosamente il giorno dopo sugli altri. Ma era un ambiente vivo, con tutte le sue snobberie, il canto gregoriano della riunione di redazione, il carisma e la mutria del fondatore per cui  tutti coloro che uscivano dal perimetro della devozione nei suoi confronti entravano nel “cono d’ombra”.

    Esprimendomi grezzamente e schematicamente, ero un avvocato più che un giornalista, come Il Giorno è stato il giornale più vivo del secondo dopoguerra nell’Italia della Ricostruzione, Repubblica lo è stato per la prima generazione del post-secondo dopoguerra, del ’68, della modernizzazione quasi forzata di un Paese che aveva consolidato il suo benessere e lo confrontava con le varie contraddizioni della politica e dell’economia, a partire dalla lugubre stagione del terrorismo. Un po’ molto Palazzo, salotti radical quasi chic, qualche Piazza se capitava. Ma questo si sa. L’importanza di un giornale sta nel rappresentare il più fedelmente e onestamente possibile la realtà, e non invece nel forzarla dentro l’imbuto di ciò che conviene su altri tavoli. In questo senso mi lasci dire che la prima Repubblica era sensibilmente differente da questa, che festeggia. E non ho altro modo di dimostrarlo, specie per coloro (tutti i Suoi lettori?) che non sanno neppure chi io sia, che raccontarvi in due righe la mia biografia, leggermente più pesante dei cenni autoreferenziali un po’ di bottega che ho letto.

    Sono entrato a vent’anni nell’organizzazione clandestina comunista, espatriato in Francia, ritornato e nel ’39 arrestato dai fascisti e condannato a 17 anni di carcere. Caduto il fascismo, ho partecipato a tutte le organizzazioni e le lotte in Abruzzo, fondando e guidando la formazione partigiana detta Banda Marsica (unica attinenza con Scalfari…), riarrestato dai tedeschi nel ’44, torturato senza dire un nome e condannato a morte, alla vigilia dell’esecuzione sono evaso gettandomi dall’alto del Castello dell’Aquila dov’ero rinchiuso senza farmi nulla grazie alla neve e ricominciando le lotte. Per le prime due legislature deputato PCI per l’Abruzzo ho collaborato alla stesura della Costituzione, sono stato ricattato dal Partito per aver condannato nel ’56 i fatti d’Ungheria (“se non abiuri non verrai ricandidato”), quindi cacciato dal PCI e dalla politica… Lo so, sembra preistoria, e infatti per Repubblica e la memoria collettiva non sono mai esistito…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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    claudio sabelli fioretti .
    02/02/2016 alle 20:26
    bravo oliviero
    rosa .
    21/01/2016 alle 21:25
    Io sono daccordo con gli intellettuali perbene quando sostengono che prima di giudicare la storia, bisogna conoscerla, sopratutto la storia degli uomini che hanno costruito con il loro coraggio e il loro sapere, un pezzo di questo paese. Purtroppo molti giornalisti, i quali,suppongo, dovrebbero essere degli intellettuali, dovrebbero avere, cioè, la capacità di riflettere e far riflettere noi lettori, telespettatori, radioascoltatori, non hanno coscienza critica e autonomia di giudizio rispetto al potere politico e ad altre forme di potere per cui persone e cose legate ai valori non le raccontano più.. La vicenda di Corbi mi ricorda un'altra notizia che non è stata data dalla TV e dalla grande stampa se non in fretta e furia, inserita quasi alla fine dei notiziari; mi riferisco alla morte del grande leader tedesco della SPD, Schmidt, colui che ha fatto grande la Germania negli anni 70' insieme a Willy Brandt. In quel periodo mi trovavo a Francoforte per motivi di studio e di lavoro. Già all'inizio degli anni 80'ho espresso giudizi critici su Eugenio Scalfari perchè lo consideravo un istrione; (non ho mai capito come si potevano appoggiare posizioni di sinistra in favore degli ultimi e degli indifesi, e poi andar per mare sui panfili dei miliardari) suscitando le ire sdegnose dei miei amici di sinistra. Un mio amico mi ha detto: chi non ha memoria, non ha futuro. I politici di oggi, con la complicità di molti giornalisti, sono stati però capaci di rubare il futuro ai giovani.

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