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    Home > Il badante > Il trionfo della famiglia (Addams)
    03
    feb.
    2016

    Il trionfo della famiglia (Addams)

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    familyday

    Mentre ferve la bagarre in Senato sul disegno di legge a proposito delle unioni civili, vale forse la pena di ritornare sui postumi del Family Day, ovvero la Piazza prima del Palazzo. Per esempio sul concetto di “buona fede” da applicare a chi ha manifestato al Circo Massimo come a chi la pensa in maniera opposta e magari lo mostra nei “gay pride”. Concetto spinoso, certo, specie se applicato a una questione che ci riguarda tutti e che va in profondità nella natura e nella cultura, nelle caratteristiche e nelle scelte. Ma a maggior ragione dovrebbe far inorridire che il discorso sulla famiglia, sui diritti, sull’idea di società che sviluppa venga strumentalizzato, frainteso, brandito come clava politica di convenienza: è un modo barbaro di violare quella buona fede di cui sopra. Così come parrebbe rilevante l’alone dei commenti spiccioli che ha suscitato il raduno di sabato, con immediati risvolti caciottari ad esempio tra una Meloni, una Litizzetto e una Luxuria, e purtroppo eccetera eccetera: al punto che il dibattito sui loro tweet s’era preso spazio prezioso tolto alla tematica da cui era scaturito.

    Ancora sulla buonafede, o meglio il suo opposto, l’overdose di ipocrisia che galoppava al Circo Massimo: la cronaca sul “tilt” di un omosocial network a proposito di una app dei gay presenti preoccupati di ricoprire due parti in commedia, quella pubblica dei ferventi sostenitori della famiglia tradizionale e quella privata di chi vive in un’altra condizione sessuale, la diceva forte e chiara sulle forze in campo, la gerarchia di problemi e il gran pasticcio nel quale siamo precipitati. L’idea di famiglia tradizionale, al netto del suo uso politico-elettorale e della sua determinazione religiosa (cattolica, certo, ma solo cattolica? Già la chiesa luterana ha delle obiezioni nel merito), ha retto culturalmente, socialmente ed economicamente per secoli. Ma se non regge più non dipende solo dal fatto che nella post-modernità sessuale più o meno omofila escluda invece di includere, quanto piuttosto dalla impossibilità di mantenere la sordina agli aspetti negativi che si è portata dietro nel tempo, insieme a quelli positivi. La famiglia è stata certo un bastione nei confronti delle insidie esterne e la più importante, millenaria agenzia di formazione delle generazioni, ma contemporaneamente anche a volte un incubo e una sottrazione di vita e di libertà.

    Prima non si diceva, o non si diceva abbastanza, poi gradualmente la realtà in tutte le forme anche tecnoscientifiche dell’epoca attuale è penetrata nell’ambito famigliare e l’ha scardinato, togliendo praticamente tutte le certezze, anche quelle ispirate all’ipocrisia e all’opportunismo. Gli stessi che difendono la famiglia “come dovrebbe essere”sono agenti di quella realtà profondamente mutata – e degradata – con cui dobbiamo fare i conti, quella della cosiddetta “etica del viandante” che presiede a una condizione anche morale precaria.

    Di tutti i manifestanti di sabato quanti nel loro comportamento quotidiano potevano considerarsi inattaccabili e coerenti, e non invece ambigui tra il dire e il fare? Questo non suoni come franchigia di merito per coppie omosessuali, chiamate come minimo allo stesso senso di responsabilità degli altri in un contesto di famiglia differente e in continuo cambiamento. Naturalmente all’interno di pari diritti (e doveri) civili, che nulla tolgono a chi è rivolto all’indietro e sanano invece situazioni troppo spesso di assurdo disagio. Quello che francamente è intollerabile in un simile paesaggio retrogrado e omissivo è però, temo, la scontata rinuncia alla “buona fede” di cui sopra. Se è un optional in questo delicatissimo frangente, beh, allora mitengo cara la famiglia Addams.

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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