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    25
    mag.
    2016

    “O la va o la spacca”. Il voto tra omissis e sparate varie

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    Maria Elena Boschi
     
    Maria Elena Boschi

    È augurabile che ci sia chi raccolga tutte le esternazioni di questa semestrale vigilia referendaria: la personalizzazione del voto a modo loro di Renzi e Napolitano l’emerito, la diatriba fracassona sui partigiani veri e finti, la finezza dialettica sulle conseguenze delle urne (il premier: “Se perdo me ne vado”; Boschi: “Se perdo vado via con Renzi”, ma da intendersi alla lettera oppure come translato di “andiamo alle elezioni”?). Ne infilza più l’archivio che la spada, o almeno così si diceva quando in questo Paese c’era ancora un briciolo di memoria e di reputazione, discorso che non fa differenze tra renziani e non.

    Ma nel repertorio di questo periodo, aggiornato continuamente, un posto in prima fila deve restare lo scambio di qualche giorno fa tra Alessio, ventiduenne universitario catanese, e la Ministra competente che ha firmato il ddl di riforma costituzionale, scambio giustamente evidenziato specie qui. Giustamente per l’episodio in sé: che un confronto del genere aspettasse la coraggiosa iniziativa di uno studente, rigovernato prevedibilmente dal rettore “patron” del “tour” ministeriale, forse la dice lunga sia sulla democrazia informativa che sul grado di coscienza e conoscenza degli italiani, quale che sia il loro orientamento. Sul contenuto del confronto non condivido invece il giudizio sulla risposta della Boschi: l’angelicata non mi pare proprio sia stata messa in difficoltà, ha ripetuto con sufficiente cortesia il suo mantra e ben felice che il tutto passasse come una nota di folklore universitario o poco più ha liquidato la pratica. Alessio, anche ne fosse stato a conoscenza, non ha fatto in tempo a segnalare alla donna politica alcuni aspetti della Riforma, che gettano una luce fosca sull’insieme. Ha parlato di “metodo e di merito”: per il primo c’è la sentenza del gennaio 2014 della Consulta a governo ancora lettiano, per la prima volta nella storia risoluta nel considerare “incostituzionale” il “porcellum” nella parte riguardante il premio di maggioranza, il che ha reso “abusivi” un certo numero di eletti che poi hanno votato la legge attuale. La Boschi qui ha semplicemente e soavemente mischiato le carte, ovviamente senza repliche possibili. Chi se ne frega se poi il ddl all’ingrosso e con la fiducia ha preso addirittura più voti, perché per gli art. 66 e 136 della Costituzione da loro manomessa c’è l’aspetto della “convalida degli eletti”. C’era tutto il tempo per farla, ma non è stata fatta perché tutti –dico tutti, con Renzi o contro, dalla Boldrini a schiovere –non volevano rischiare di andare al voto, mentre Renzi prendeva il 41% ma con un’astensione record. Che è come dire che quella sentenza della Corte Costituzionale è stata trattata come un innocuo diversivo, un’uscita super fetale, un optional ininfluente. Dovrebbe essere considerato grave, ma non pare che lo sia.

    Quanto al “merito” della legge Boschi invocato da Alessio, il giovane ha citato l’art.70, trasformato in una profluvie poco comprensibile. Secondo i Padri Costituenti, la Costituzione è fatta per essere compresa da tutti, e non interpretata causidicamente, come è ora diventata, una specie di “mille proroghe” in cui infilare tutto il necessario (a lor signori). Al di là dei gruppi di giuristi schierati per il no, mi piacerebbe che quelli scesi in campo per il sì, carte alla mano, smentissero questa totale mancanza di cultura costituzionale sopperita da un burocratismo di convenienza. E forse Alessio avrebbe potuto chiudere così: “Quanto a Lei, gentile Maria Elena, ci spiega perché il famigerato ‘bail-in’ bancario è entrato in vigore solo dopo diversi mesi dalla direttiva europea? Mesi in cui è esploso anche il caso di Banca Etruria… Ci sarà mica un nesso, o leggiadra?”

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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