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  • Oliviero Beha
     
    04
    mag.
    2016

    Web, stampa, democrazia: dov’è il trucco?

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    stampa_italiana

    Ieri era la giornata mondiale della libertà di stampa. Posso immaginare che cosa ne pensi il governo al di là degli afflati pubblici di maniera: l’informazione libera è una seccatura che disturba il manovratore di solito per conto terzi, deve essere la cinghia di trasmissione del potere oppure è un’ubbia ecc.ecc. Giorni fa a Pisa si è celebrato il trentennale dello sbarco di internet in Italia, con contestazioni al premier prudentemente presente in via virtuale (non si trattava del web…?) che ha rilanciato forse per la cinquantesima volta (le prime cento sono di Berlusconi) lo sviluppo della banda larga in un Paese arretratissimo anche da tale punto di vista. Come dimenticare del resto la frase twittesca attribuita a Renzi nel febbraio del 2014, lapide nella memoria e riassunto della sua praticissima idea della politica (“lasciando Letta al governo mi gioco l’osso del collo, se vado al governo io mi gioco il buco del culo”)? Non ha qualche attinenza col suo modo di gestire il prossimo referendum personalizzandolo al cubo, cfr. anche l’emerito Napolitano?

    Vediamo allora se e che cosa hanno in comune le due ricorrenze citate, ed entrambe con un’idea di democrazia per quanto approssimativa. Anche la libertà di stampa, indispensabile per una democrazia sostanziale e matura, è un concetto relativo. Non esiste in assoluto, neppure nei dintorni di coloro che ne fanno un vessillo da sventolare. C’è una sorta di capienza nei media, e ciò che ne rimane fuori è in teoria tutto “censurato”, emarginato. Di qui il nocciolo della scelta, e dell’indipendenza nella scelta di notizie e opinioni. Il che da noi, al 77° posto della classifica in questione, è in una fase risibile e contraddittoria: le fusioni come quella sotto l’egida dell’Ingegnere (tardo emulo dell’Avvocato) riducono lo spazio di libertà ma intanto fioriscono come germogli corsi di giornalismo meglio se d’inchiesta, a pagamento buffet incluso. Una volta si diceva de “La Stampa”: è un buon giornale, ma non si può pretendere che ci informi sulla Fiat. Adesso il discorso è pressoché generalizzato. E la politica vincente  - ma sarebbe lo stesso per quella oggi minoritaria- ne gode perché deve controllare meno fonti e può indirizzare meglio l’opinione pubblica, o sedicente tale.

    Quindi la giornata mondiale è un po’ come la festa delle donne, se ne parla per un giorno per fotterle/fotterci tutto il resto dell’anno. In questo panorama nostrano c’è da trent’anni, e da almeno quindici in modo consistente, internet. Se ne è parlato di recente alla morte di Eco, che ne aveva fatto sommariamente un affare da imbecilli (o da lumpenproletariato subtecnologico), e a quella di Casaleggio, guru della rete sulla base della quale ha creato un possente movimento politico.

    Certo, il web è un territorio potenzialmente straordinario di informazioni e quindi di democrazia: ma intanto è controllato in massima parte dallo stesso padronato mediatico di cui sopra; poi avrebbe bisogno di un’educazione e una responsabilizzazione alla libertà degli utenti, che invece spessissimo ne fanno un uso bieco, sterile, regressivo; infine, e mi pare l’effetto al momento più nefasto, gradualmente si è trasformato per molti/troppi da un mezzo fenomenale e rivoluzionario a un fine esso stesso. Che lo usi Renzi da Capitan Fracassa o qualunque fedele dei social, l’importante sembra sempre più esserci, usarlo, che non renderlo funzionale a un’autentica trasmissione di dati, obiettivi, idee, confronti. Che cosa ha a che vedere con quanto detto finora la “democrazia”, con tutti i relativismi al seguito? Forse per darmi torto e sfuggire all’anestesia di un Paese in coma dovreste rispondervi da soli…

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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