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  • Oliviero Beha
     
    18
    gen.
    2017

    Dire, fare, votare, lettera e testamento

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    crisipoliticaitaliana

    Uno degli interrogativi che più tormentano i partiti tradizionali (o facenti funzione), a partire dai due Pd di Renzi e Bersani, è come possa accadere che malgrado i loro svarioni il M5S guadagni nei sondaggi. E loro invece perdano (per questo saggiamente spunta la candidatura, a sinistra nella foto piddina, della zarina nuragica televisiva…). Che ciò li stupisca non deve stupire. Gente che non ha elaborato una seria analisi della botta al referendum costituzionale, che non ha ragionato sulle ragioni del ritorno alle urne del 70% degli aventi diritto (considerandole dei torti…), che ha partorito solo un governo/proiezione di quello dimessosi, una specie di “shadow cabinet” ma a Palazzo Chigi, perché non dovrebbe meravigliarsi del diverso trattamento popolare che tocca a Grillo e ai suoi sondaggi alla mano? Forse perché sono diversi, che dite? O semplicemente sono percepiti come tali? Oppure anche solo perché si vuole o si vorrebbe che fossero diversi, mentre che gli altri siano come siano è faccenda stradimostrata nei fatti.

    Non entro nel merito dei confronti tra le nefandezze penali della cerchia partitica e gli errori anche grossolani del M5S. Su questo giornale tra un Sala e un altro mi pare che siate già serviti a dovere. Anche perché sono le mostruosità partorite finora dalla politica italiana, sia pure in dosi differenti e spesso a stento distinguibili, ad aver generato i “vaffa” di Grillo tradotti in protesta, partecipazione e poi suffragio elettorale. E questo processo non viene dimenticato almeno per ora “solo” per il vero o presunto deficit di democrazia interna, la ristretta cerchia dei votanti sul web, le acrobazie un po’ ridicole in Italia e in Europa di Grillo che come già detto non è Bauman e neppure Che Guevara. Del M5S in molti avvertono il bisogno al punto di essere disposti a valutarne gli errori con molta minore severità, perché se ne avverte la novità e la speranza (come per Renzi all’inizio ma all’interno del gioco e giogo partitico).

    Degli altri partiti invece per come sono ora e per la stragrande maggioranza di figure che li compone questo bisogno è oggi lontano quanto un’altra galassia. Attenzione, perché qui rischia di cascare l’asino Paese tutto insieme: in realtà l’avversione popolare non sarebbe contro i partiti, ma contro questi partiti. In mancanza di prospettive future credibili, l’associazione di idee porta purtroppo nella prima direzione. E dico che qui casca l’asino Italia perché la reazione ai partiti è diventata reazione alla politica e anche reazione a un minimo comun denominatore culturale. Abbinando il Titanic economico ma anche etico e antropoculturale alla politica, si rende difficilissimo anche il lavoro del M5S, che all’inizio ne avrà goduto, ma ora si trova impastoiato nella palude che contesta anche se per ora riesce a tenersene fuori, non solo in proporzione. Ma ormai è diffuso (l’ho sperimentato di recente più volte sul web nel mio rapporto con decine di migliaia di interlocutori) anche l’apprezzamento per chi non ha studiato in un paesaggio deformato dall’analfabetismo di ritorno, strutturale (assoluto) o funzionale (capisce quasi nulla che sia, illustrato da De Mauro negli ultimi anni e recentemente dall’Istat (l’anno scorso il 18,6% degli italiani non ha aperto un libro o un giornale, niente teatro, cinema o concerti….). Il ragionamento da osteria è: se i laureati ci hanno governato così, vuol dire perlomeno che non è l’alfabetizzazione che fa la differenza, con una vena di simpatia per l’ignoranza, la mancanza di curiosità, l’assenza di volontà d’approfondimento. Ciò peggiora tutto, è il vero “populismo” nel senso più dannoso e pericoloso. Forse Grillo dovrà farsi carico anche di tale deriva. Vuole governare un Paese non in grado di intendere né di volere ma solo di tifare?

    Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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