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  • Oliviero Beha
     
    31
    gen.
    2017

    Penetriamo nella giungla?

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    Homo homini lupus
     
    Homo homini lupus

    Ci tengo a ribadire come implicitamente fa questa partecipata recensione, che la giungla interiore è oggi intricata almeno quanto quella esterna. Ormai anche il fornaio fa lo psicanalista, Pirandello è morto da un pezzo, rimaniamo noi sempre più esangui (eppure ci sarebbe la vita…).
    o.b.

    I trabocchetti della società, egoista
    di Cesira Fenu, Leggere Tutti

    Nel libro a metà tra il racconto e il pamphlet dal titolo “Mio nipote nella giungla. (Tutto ciò che lo attende nel caso fosse onesto)” Oliviero Beha elenca con ironia, partecipazione, vera passione, i vizi italici.

    Oliviero Beha, volto storico dell’informazione Rai, spirito acuto e caustico, critico feroce dei vizi del nostro Paese, bacchettatore implacabile della classe politica, per la sua irriverenza verso il potere e la difesa dei più deboli, ha visto chiudere i suoi seguitissimi programmi, tra cui con clamore, Radio Zorro. Attualmente è editorialista de Il Fatto Quotidiano di cui è cofondatore.

    Scrittore premiato e poeta, oltre che giornalista, recentemente ha pubblicato, con Chiarelettere, la sua ultima fatica, libro a metà tra il racconto e il pamphlet. Già dal titolo: Mio nipote nella giungla. (Tutto ciò che lo attende nel caso fosse onesto) prende lo spunto dalla nascita del carissimo nipotino per elencare con ironia, partecipazione, vera passione, i vizi italici e porre al vaglio della ragione la società non solo italiana ma globale. Vero e proprio libello, esso si chiede quale futuro si prospetti per i giovani, in particolare il piccolissimo nipote, al quale è amorevolmente dedicato. Il cucciolo si troverà a vivere in una giungla dove il più forte divora il più debole. Ecco così gli ammonimenti per non cadere nei trabocchetti che una società sempre più complessa e violenta, egoista, in cui conta, come una virtù, l’aggressività espressa in mille modi e in cui non esiste empatia ma conta solo il proprio Ego, il tornaconto personale e la sopraffazione. Così Beha si rivolge al bimbo per proporgli (nel caso fosse  onesto) un percorso di vita che lo tenga il più possibile lontano dalle insidie di quella che il sociologo Marc Augé definirebbe surmodernità o post post-modernità. L’Autore ha a cuore che il piccolino che cammina appena, non si disilluda, perda l’entusiasmo e la curiosità, lo stupore infantile di fronte ai pericoli della giungla come novello Mowgli senza la pantera Bagheera a sorvegliarne la crescita. Usando la metafora della giungla Beha sottolinea la mancanza di memoria, di progettualità, un mondo in cui tutto è ridotto a merce da usare e consumare all’istante, in cui direbbe ancora Augé, che fine ha fatto il futuro? Dove tutto si riduce a un vuoto oggi senza prospettiva e speranza.

    Descrive il mondo globalizzato evidenziandone i vuoti, denunciandone le distorsioni, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’Hobbesiano homo homini lupus. Beha sostiene che nonostante i consigli, il cucciolo dovrà, come tutti nel dipanarsi delle proprie esistenze, crearsi una filosofia di vita che gli derivi dall’esperienza vissuta in prima persona. Ognuno ha sperimentato nella propria adolescenza un senso di ribellione, di volere fare da soli, sperimentare magari sbattere la testa e da quell’esperienza negativa trarre insegnamento nello strutturarsi della personalità.

    Nel prologo l’Autore nota l’incapacità di cantare degli Italiani, popolo che ha affrontato sempre anche i momenti più cupi della Storia col canto. Egli dice che ciò può essere paura a vivere davvero essendo nel profondo se stessi e non la propria controfigura. Il pamphlet si articola in vari capitoli in cui Beha tratta con stile e la capacità affabulatoria che gli conosciamo, dai drammi nostrani della sanità e della politica, all’eterna Tangentopoli, all’incapacità di esprimersi in modo profondo e di sviscerare le questioni complesse in tutti gli aspetti, al terrorismo internazionale, l’utero in affitto, le unioni gay, il dominio della camorra i cui tentacoli si diramano in ogni direzione, sottolinea l’Autore, dalla cocaina, al traffico d’armi verso l’Isis che di islamico ha solo il pretesto, e a quello dei migranti. Senza tentennamenti e paure, con la verve che gli conosciamo, superando se stesso, denuncia il dominio della finanza non altro che la degenerazione di carta dell’economia, la politica senza prospettive future, fatta da dilettanti allo sbaraglio senza passione se non quella di tornaconto personale. In fin dei conti si finisce per provare una sorta di rimpianto per la cosiddetta Prima Repubblica. Tra gli argomenti trattati anche l’annosa questio riguardante la contrapposizione tra fascisti e antifascisti durante la Resistenza.

    Beha sposa la versione della Guerra civile adottata da storici del calibro di Claudio Pavone e condanna il non essersi consegnati alle SS degli attentatori di via Rasella. Un libro avvincente che fa luce e denuncia tanti aspetti della giungla planetaria spaziando a tutto campo fino a toccare anche la questione dei mutamenti climatici e degli interessi economici che impediscono di prendere iniziative globali per tamponare l’effetto serra.

    Concludendo Oliviero Beha traccia una via di fuga per il futuro. In un Paese in cui le ultime generazioni non hanno più garanzie e convinzioni profonde da definirsi valori, in cui conta solo quell’onnivoro Moloch che è la rete, e l’indolenza dovuta all’avere tutto, saranno forse i piccoli di oggi a ripartire da zero, a ricostruire un tessuto sociale, culturale e umano. Il messaggio è in fondo costruire se stessi, occuparsi di se stessi per, dice Beha, per ricostruire, riacquisire curiosità per il fuori curando il sé per uscire da una giungla a costo di sperimentarne un’altra.

    Postato da Redazione
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