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    03
    mag.
    2017

    La politica vista da Parlato (e quella di Renzi e le comari)

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    Valentino Parlato
     
    Valentino Parlato

    In un giorno qualunque, mentre commissariano Alitalia (pare…), dissanguano le donne con femminicidi inesausti, piovono dalle istituzioni numeri sempre più negativi sulla disoccupazione giovanile (quando è uscito il film Tanguy e quanto tempo è passato da Padoa-Schioppa e i “bamboccioni”?) e su quella a salire, Renzi festeggia le Primarie divorate, muore a 84 anni Valentino Parlato. Cosa c’entrano i due, vi chiederete? Uno ha fatto la storia del giornalismo e della politica dissenziente di questo Paese a Sinistra, l’altro sta facendo la cronaca di un quadriennio senza prospettive se non quelle di vederlo godere al potere. Per carità, i tempi sono quelli che sono e che ci si accapigli per poco più che decimali alle primarie, se ne festeggino inconsapevolmente la fine nella emorragia di passione e di presenza non può sorprendere. Ciò che sta succedendo in Italia è completamente logico anche se vuoto di senso. Perfino nel dire “è un nuovo inizio” e non “una rivincita” Renzi non sta dicendo nulla di nuovo se non il ribadire che l’importante è che ci sia lui sul cocchio perché sa come far andare i cavalli. Tutto ciò naturalmente confligge con questi anni di finta rottamazione, di crisi evidentissima da tutti i punti di vista, di errori politici scroscianti (basti il caso della legge elettorale che è alla base del Referendum perduto in dicembre nel modo direi penoso che sappiamo) in questo clima da Partito della Nazione in cui il Partito non c’è e la Nazione men che meno. Quanto ci sarebbe bisogno di una mobilitazione politico-culturale che facesse riandare il sangue al Campo Democratico che starebbe tutto attorno alle frange del Pd o di quello che resta e Renzi imberta. Ma in morte di un politico vero e di un giornalista coi fiocchi come Parlato, la domanda può e magari deve essere epocale: perché Matteo e il suo cerchio poverello non ha studiato sull’esperienza di Valentino? Possibile che non ci fosse niente di interessante che potesse irrobustire la sua stamina parapolitica sia sul piano della sostanza che su quello della forma? Detto altrimenti che c’aveva nel cervello Valentino che non ha Renzi e di cui soprattutto Renzi non sente la mancanza?

    Intendiamoci per non favorire equivoci di quart’ordine. Non è in discussione la tradizione storica del PC, la manifesta eresia di un gruppo di intellettuali molto forti agli orali e non necessariamente adeguati agli scritti né una visione comunista della società attuale che può far sorridere. Naturalmente dall’altra parte c’è una visione della società globalizzata che dovrebbe far inorridire. Mi domando come negli ultimi vent’anni della vita pubblica e privata, coincidenti, di Parlato un giovane fricasseo come Matteo Renzi non abbia sentito il bisogno di farsi spiegare le cose, naturalmente magari soprattutto per contestargliele, non abbia pensato di riempirsi di idee in modo da farsene testimone invece di star lì tra una banca e l’altra, un genitore e l’altro, la rovina di un humus sociale e l’altro. Dico questo perché questa è la politica, trasmissione di ragioni e torti, che escano dai mulinelli delle bande di affari per progettare un futuro che le nuove generazioni sono ben lontane dal poter anche solo immaginare. Così se ne va Parlato senza aver forse detto abbastanza, così resta Renzi nel rodeo abbastanza risibile di un partito che per primo aveva lanciato il messaggio di “stare tra gli elettori” e ora ne ha paura. La cosa diventa grave non perché “favorisca i Cinque Stelle” ma perché atrofizza quel minimo di politica ancora in circolazione. Ciao Valentino…

    Olivero Beha, Il Fatto Quotidiano

    Postato da Redazione
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