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    19
    dic.
    2009

    A copenaghen difficile intesa sull’ambiente: il vero “clima d’odio” è quello verso

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    Mentre scrivo si sta concludendo il vertice di Copenaghen sul clima, le emissioni di CO2, le decisioni per il futuro, il documento congiunto (?), l’impegno dei paese ricchi verso i paesi emergenti in termini politici ed economici. Soldi, insomma, contro inquinamento. Qualche minima considerazione da parte di uno che ha cominciato a occuparsene “dalla parte del cittadino” in radio poco meno di vent’anni fa, non da esperto ambientale bensì logicamente da operatore della comunicazione.

    La prima considerazione riguarda dunque e appunto il linguaggio. Fin dagli ultimi tre lustri, per capirci dal vituperato/violato/inapplicato “protocollo di Kyoto”, se non altro parlando di clima il cervello va subito ai problemi del clima in quanto tale, al surriscaldamento della terra, agli effetti che produce visivamente e soprattutto a quelli che rischia di produrre di qui a poco. “A poco” voleva dire una volta per i nostri pronipoti, all’inizio del 2000 per i nostri nipoti, oggi significa il rischio per i nostri figli, e spero di essermi spiegato chiaramente.
    Così che il “clima” non è più una metafora, come succedeva un tempo. Dicevi “clima” e lo usavi come si usa oggi per esempio in politica parlando di “clima d’odio”, vedi Berlusconi, i suoi avversari, l’Italia tutta nel gran calderone della speculazione politico-elettorale. Ma di questo ho già scritto. Qui il clima è letteralmente, meteorologicamente il clima, con tutto quello che si porta dietro anche politicamente sul piano internazionale e interno a ogni nazione.
    La seconda considerazione riguarda appunto la politica, quella dei Grandi della Terra e quella dei meno grandi o dei più piccini che dividono però la stessa Terra. Va bene gli Usa e il mondo occidentale iperindustriale avanzato, che ha trattato finora il pianeta come un’arancia da spremere, dando l’idea che la catena di aranceti fosse infinita. Va bene che oggi per esempio Cina soprattutto ma anche India, cioè demograficamente buona parte dell’umanità, ma dietro anche la Russia di Putin e il Brasile in espansione economica essendo già geograficamente una parte consistente di un continente su cinque, va bene dicevo che in ordine di peso politico-economico tutti questi paesi/potenze vogliano sedersi al tavolo dello sviluppo facendo questo tipo di discorso: “Fino ad ora vi siete mangiati tutto o quasi, adesso un po’ d’aranciata tocca anche a noi”.
    Obiezione: ma se finisce l’arancia ormai spremuta? Risposta, concreta, nei comportamenti: “Per ora ci sediamo a tavola e mangiamo, poi si vedrà”. Il problema è quello che mangi, o nella metafora delle arance e degli aranci da coltivare, quello che spremi. Tu stai spremendo una cosa che è di tutti, ed è l’unico pianeta che abbiamo, almeno per ora. Chi va a dire a un terrestre paraguaiano piuttosto che cingalese che gli stanno mettendo a repentaglio un futuro qui e ora (o al massimo domani o dopodomani) che è anche suo, senza che possa far nulla per evitarlo o quantomeno per ridurre e allontanare nel tempo questo pericolo?
    Terza considerazione. Ormai da vent’anni i più avveduti e da quindici i paesi avanzati con qualche stilla di civiltà e di preoccupazione ecumenica (anche il Papa, sì, il Papa, ogni tanto ne parla…pur ignorando il collegamento con la “bomba demografica”, i preservativi condannati ecc.) discutono della contrapposizione tra conservazione del posto di lavoro e salvaguardia dell’ambiente. E’ riportare sulla scala del quotidiano (anche da noi: recentemente a Trieste la questione era proprio in tali termini, cfr. i miei blog behablog.it oppure italiopoli.it ) il problema enorme che si pone vistosamente a Copenaghen. Ebbene, è banale che si debba fare ogni sforzo per renderli compatibili, perché altrimenti o non mangia il padre/nonno o non mangia il figlio/nipote. Intendo dire che si vive o sopravvive preparando la catastrofe.
    Quarta considerazione. Ho già premesso che non sono un esperto specifico. Però una cosa mi sento di affermarla in piena coscienza. Dibattere del futuro del pianeta, cioè nostro nelle generazioni diacroniche, come si fa troppo spesso ponendolo mediaticamente su un piano da derby calcistico del tipo “Terra sì-Terra no”, mi pare folle. Vedete se hanno ragione i “razionalisti” conservatori, che dicono che si sta facendo un polverone del problema inquinamento/surriscaldamento/scioglimento dei ghiacciai/rialzo degli oceani ecc., perché periodicamente sarebbe “sempre successo” nelle varie epoche, temere tutto ciò significa solo cercare di limitare i danni magari trasponendo il capitalismo da capitalismo anti-ambientale a eco-capitalismo, come già accade in diverse parti del mondo.
    Ma se hanno ragione gli “apocalittici” che tra l’altro documentano sempre più e sempre meglio (cioè peggio) la deriva della salute terrestre, ben presto saremo fottuti. Dunque mettere su un piano di parità l’essere fottuti o il non esserlo come pianeta è una follia, è come dibattere binariamente/bonariamente (!) su vita/morte. E’ la stessa cosa? E’ vero, tutti dobbiamo morire, ma nel frattempo tutti dovremmo vivere il meglio possibile senza ipotecare la vita dei posteri.di Oliviero Beha, tratto da www.tiscali.it

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