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    12
    gen.
    2010

    Società quotate in borsa e conflitto di interessi: un fenomeno tutto italiano

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    Ieri ho letto qualcosa di molto interessante su Milano Finanza, qualcosa che riassunto nella formula “Ci fregano sempre” dovrebbe quasi quasi figurare nei luoghi deputati insieme ai simboli di culto e della Nazione, come il crocifisso e la foto di Napolitano… Leggete qua, integralmente perché altrimenti il discorso rischia di sembrare molto complicato. ”Nei principali Cda di Piazza Affari il fenomeno degli incarichi incrociati di amministratori in società con partecipazioni reciproche, il cosiddetto interlocking directorship, messo nel mirino da Bankitalia e Antitrust, è ancora dilagante. Su 71 società blue chip, ben 67 hanno almeno un amministratore in comune. Come risulta dall'Osservatorio Board index Spencer Stuart Italia sui consigli di amministrazione di 142 società quotate a Piazza Affari. Da questa analisi, che si basa sui bilanci pubblicati nel 2009, emergono le anomalie che la governance delle quotate italiane continua a mostrare.

    ‘Il tempo, l’attenzione e le risorse del consiglio sono per lo più focalizzate sulle tematiche tipiche della compliance piuttosto che sulle funzioni chiave che il consiglio dovrebbe avere in termini di guida, indirizzo, supporto e controllo sostanziale dell’operato del management e di trait d’union tra quest’ultimo, gli azionisti e il mercato’, dicono Carlo Corsi, presidente e a.d. di SpencerStuart Italia, ed Enzo De Angelis, responsabile della board services practice di SpencerStuart Italia.
    Oltre al problema della condivisione degli amministratori, sorta di Avatar auto-replicanti che figurano anche in società direttamente concorrenti tra loro, le debolezze italiane si riscontrano anche in una composizione non adeguata dei board.
    ‘C’è un eccessivo numero di incarichi dei consiglieri, insufficiente copertura delle competenze necessarie, età elevata, modesto ricambio, scarsa presenza di donne e di consiglieri stranieri, troppi consiglieri non esecutivi e non indipendenti e pochi rappresentanti delle minoranze, talvolta eccessiva dimensione dell’organo consiliare’, si legge ancora nello studio. In particolare circa un quarto dei consiglieri delle blue chip ha sei e più incarichi: dei 1.593 consiglieri analizzati nell’Osservatorio, 1.130 (il 71%) hanno quasi cinque incarichi a testa.
    ‘La nostra osservazione è mirata a sottolineare non tanto il numero degli incarichi in sé, ma la loro concomitanza con la professione principale degli interessati – sia essa quella di manager, di professore universitario o professionista – e il tempo effettivamente disponibile per assolvere con efficacia tutti i mandati’.
    E’ abbastanza chiaro, vero? C’è una casta di Borsa che fa e disfa sulla testa degli azionisti, non a caso “parco buoi”. E una casta neppure troppo qualificata, a quanto pare. E pensare che giusto un anno fa con un’evidenza assai maggiore tutti i giornali riportavano purtroppo senza seguito un’indagine dell’ Antitrust, l’Autorità che vigila (?!?) sulla concorrenza e la trasparenza del mercato, che denunciava: “Tra banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio ci sono troppi intrecci”.
    Quest’indagine aveva anche il merito di confrontare la situazione italiana della “governante” dei gruppi finanziari con quella degli altri paesi europei. Ebbene, i numeri facevano/fanno impressione: l’Italia ha l’80 % di gruppi finanziari che hanno nei propri organismi soggetti con incarichi concorrenti, contro il 47,1 della Gran Bretagna, il 43,8 della Germania e “addirittura” il 26,7 della Francia.
    Detto in soldoni, se la fanno e se la cantano sotto gli occhi di tutti. Così anche il lettore più sprovveduto capirà che se Berlusconi è il principe del conflitto di interessi (cioè fa coincidere controllore e controllato, politica e informazione, pubblicità e banche, cinema ed edilizia eccetera eccetera a partire da lui), anche tutti gli altri si regolano nello stesso modo sia pure in scala. Il denaro per i costi della politica da dove volete che venga ? Per tutti, ovviamente, da Berlusconi a ogni partito.
    E’ ovvio che non ci sia stata una legge sui conflitti di interesse (naturalmente problema serio e solo in parte risolvibile in tutto il pianeta per la società complessissima che abbiamo sotto gli occhi, eppure la disparità di percentuali appena citata è mostruosa per l’Italia), in un paese di questo tipo. Forse i confronti allora dovremmo farli con l’America Latina. O è meglio di no, per non avere anche lì brutte sorprese…Ma di questo nessuno parla, perché riguarda tutti.di Oliviero Beha per www.Tiscali.it

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