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    16
    giu.
    2010

    Un popolo di calciofili

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    da Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2010È un’Italia da buttar via… Ma non quella di Lippi, su quella si può discutere. Il punto è che si discute quasi solo su quella. Se nella situazione di crisi, di rivolta o pre-rivolta sociale, del tutti contro tutti in mancanza di soldi sia in alto, nelle coalizioni politiche e nelle contrapposizioni istituzionali, che in basso, in una base di italiani crocifissi dai problemi, quasi 20 milioni guardano in tv Italia-Paraguay la questione è seria.Andiamo per ordine, per non favorire immancabili equivoci. Si guarda l’Italia per distrarsi, per non disperarsi, per staccare la spina per due ore (anche se l’indotto dura spesso per il resto del tempo), per manifestare appartenenza ai calzoncini o alla calzamaglia di Buffon, in mancanza d’altro… Si guarda l’Italia comunque, anche se non gioca troppo bene, anche se non vince (per ora), anche se si contrappongono intorno alla maglia azzurra e al patriottismo rotondolatrico per lo più “amore” ma anche un po’ di “odio”. Il virgolettato nel secondo caso non riguarda solo Radio Padania, che gioisce per il gol paraguagio. Chissenefrega, se fosse solo quello, è articolo 21 anche gufare contro Cannavaro. È che adesso Radio Padania ha raggiunto Beppe Grillo che quattro anni fa intonava “Forza Ghana”, e quindi anche questa forma di dissenso critico, chiamiamola benevolmente così, ha cambiato di segno ed è entrata nel vortice semiologico delle contraddizioni.

    Sono segni distinti e riconoscibili. Da strillo dell’anti-politica, secondo la definizione truffaldina dell’accozzaglia di benpensanti che difendono la cricca dei Balducci, siamo alla vox libera dei celti che si oppongono a Cesare e agli antichi romani che li hanno colonizzati. Peccato che oggi governino ormai dappertutto, che siano magna pars di questa politica, che usino bastone e carota per un Paese di cui mangiare i fichi gettando via la buccia. Quindi tifo e controtifo neutralizzati e ficcati nell’imbuto televisivo, naturaliter passivo come scrivono i teorici del mezzo ma che dà l’illusione di partecipazione attiva quando si tratta di celebrare una vittoria (o nel caso ci si accontenta di un pareggio…). Ma chi sono questi 20 milioni di italiani, a destra come a sinistra, come riescono a “staccare” e tra una partita e l’altra che fanno, di cosa parlano, quale priorità hanno…? Temo di saperlo, e ormai da trent’anni mi dibatto in inutili analisi lungo la china di un Paese che rotola ormai per legge fisica, gravitazionale. Con il pallone che per sua natura geometrica rotola meglio e di più. Non sto proponendo lo sciopero del tifo, né mi sfugge quanto sia importante per la Rai fare cassa pubblicitaria su questi Mondiali sperando che così ripiani perdite e si rimetta nel sesto di un’identità culturale, un ruolo sociale e un contratto di servizio se non erro ancora da firmare… Dico semplicemente che non mi consolano i paragoni con gli altri Paesi, il rischio assenteismo in Inghilterra o gli otto mila tifosi greci che si sono lasciati alle spalle il crac e sono volati (hanno nuotato?) fino in Sudafrica in viaggio di istruzione o distrazione. Perché se volete i paragoni allora facciamoli compiutamente con il panem (oggi rapidamente scarseggiante) e i circenses dell’antica Roma, a confermare che siamo sempre allo stesso punto, cioè un po’ peggio. Sì, la democrazia del televoto o quella del telecomando, nel caso del pallone e dell’Italia ai Mondiali con il dito ingessato sul primo canale Rai: ma è normale? È normale che peggiorando le cose non diminuiscano le falangi di spettatori? E sono indipendenti le crisi politiche, economiche, sociali e culturali (con i tagli che affliggono questo flatus vocis della cultura), dall’eventuale crisi dell’Italia di Lippi? E così facendo non si carica quest’ultima di supplenze che in un Paese vicino all’esser civile non dovrebbero esistere? De Rossi è un supplì: lo sa, lo sappiamo? E andrà sempre così?P.S. Il calcio in questo discorso è il lato più corto del triangolo delle Bermuda, dove stiamo sparendo. Gli altri due sono la tv e la politica.   

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    «[...] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato. Infatti le "parole" del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta "doppia articolazione" ossia attraverso le infinite combinazioni dei "fonemi": che sono, in italiano, le 21 lettere dell'alfabeto. I "fonemi" sono dunque le "unità minime" della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l'unità minima della lingua del calcio? Ecco: "Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è tale unità minima: tale "podema" (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei "podemi" formano le "parole calcistiche": e l'insieme delle "parole calcistiche" forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche. I "podemi" sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le "parole calcistiche" sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei "podemi" (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella "partita", che è un vero e proprio discorso drammatico. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice. Chi non conosce il codice del calcio non capisce il "significato" delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi). Non sono né Roland Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla "lingua del calcio". Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché, naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente "strumentale" rigidamente e astrattamente regolato dal codice, e il suo momento "espressivo". Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sottolingue, in possesso ciascuna di un sottocodice. Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere: anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo. Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò - anticipando le conclusioni - alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un "prosatore realista"; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un "poeta realista". Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un "poeta realista": è un poeta un po' maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da "elzeviro". Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul "Corriere della Sera": ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti. Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore; la mia è una distinzione puramente tecnica. Tuttavia intendiamoci: la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli "elzeviri": essi sono eleganti e al limite estetizzanti: il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po' provinciale... insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c'è un terreno comune: che è la "cultura" di quel Paese: la sua attualità storica. Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest'ultimo è il caso dell'Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia. Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del "goal". Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico. Anche il "dribbling" è di per sé poetico (anche se non "sempre" come l'azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E un sogno (che ho visto realizzato solo nei Maghi del pallone da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico). Chi sono i migliori "dribblatori" del mondo e i migliori facitori di goals? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal. Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa: esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull'esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l'annesso "goal" (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato). Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente: il "goal", in questo schema, è affidato alla "conclusione", possibilmente di un "poeta realistico" come Riva, ma deve derivare da una organizzazione di gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi "geometrici" eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po' estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi). Il calcio in poesia è quello del calcio latino-americano: il suo schema è il seguente: schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della "prosa collettiva"): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico [Olimpiadi 1968] è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.» [Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull'arte, Vol. II, Meridiani Mondadori, Milano 1999]
    anonimoligure .
    Caro Oliviero... cosciente di andare fuori tema, rispetto al tuo comunque interessante articolo, ma vorrei riallacciarmi a vicende che tu, fuori dal coro, più volte hai segnalato . Ovvero il malgoverno del calcio italiano a partire dai vertici del carrozzone. La Figc . Recentemente notizie di stampa (solo dopo che la notizia era uscita da alcuni blog romanisti) hanno parlato del deferimento del presidente dell’inter e l’omologo squalificato del Genoa in merito ai trasferimenti tra le due squadre di Milito, Thiago Motta, Bonucci, Acquafresca e qualcun altro. C’è voluto un anno per arrivare al deferimento da parte della Procura Federale della Figc, ovvero oltre quindici giorni dopo la fine del campionato (quindici giorni sono il termine per opporsi all’omologazione dei risultati sul campo). Strano questo periodo cosi lungo (il motivo c’è) solo per istruire una pratica e pronunciare un deferimento, in tanti altri casi si è stati molto più veloci e spediti . Probabilmente la Procura Federale della Figc , gli uomini agli ordini di Palazzi, sono in numero esiguo e carichi di lavoro che devono selezionare le questioni più importanti rispetto a quelle di minor peso. In effetti di questioni importanti né devono avere avute se una struttura come la Procura Federale composta da 2 procuratori, 5 viceprocuratori e 96 sostituti procuratori con più di 200 collaboratori ( non sto scherzando ci sono tutti i nomi sul sito della Figc ) , ha impiegato un anno per deferire i soggetti citati. Questi sono solo gli “inquirenti” in analogia alla Procura della Repubblica in materia penale (per fare una analogia la Procura della Repubblica di Roma) ha in organico 1 procuratore 7 procuratori aggiunti e 82 sostituti procuratori. A seguire ci sarebbero anche gli organi giudicanti.La Corte di Giustizia Federale (64 persone) - la Commissione Disciplinare Nazionale (48) - la Commissione Tesseramenti (23)- la Commissione Vertenze Economiche (16) ed anche la Commissione di Garanzia della Giustizia Sportiva (5 fra cui il pensionato magistrato Saverio Borrelli). Ovvio che a questi vanno aggiunti i semplici impiegati, segretarie ecc. La Figc non è un ente privato è una Federazione affiliata al Coni che a me risulta essere un Ente pubblico. Di fatto queste persone sono dipendenti pubblici, un bel carrozzone non crede? Sono gli stessi che dal 2007 , pur avendo a disposizione i file di tutte le intercettazioni eseguite dal Ten. Coll. Auricchio, non hanno avuto il tempo di ascoltarle e le hanno infilate in un cassetto, consentendo di fatto la prescrizione di eventuali reati sportivi commessi da altri dirigenti (perché qualcuno all’epoca aveva ritenuto di non trascrivere). Sono gli stessi che hanno archiviato il caso delle intercettazioni illegali della security della Telecom e negato agli interessati di venire a conoscenza delle motivazioni. Mi scusi il disturbo. Maurizio Federici

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