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    25
    lug.
    2010

    Ricordando mino damato, uno diverso

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    Sui giornali di oggi (20 luglio, ndr) i numeri eclatanti sono due: il milione di euro passato dal faccendiere “pensionato” Flavio Carboni al manager del Pdl Denis Verdini secondo l’inchiesta sulla nuova P3 per “nomine e appalti”, del genere “una cricca dietro l’altra”. E il milione e quattrocentomila firme raccolte tra gli italiani per il referendum contro l’acqua privatizzata, un record a quanto si sa. Sono due buone notizie, la seconda senza bisogno di commenti, la prima se si considera che almeno lo sappiamo grazie anche alle famose “intercettazioni” che si vogliono imbavagliare per legge. Credo che le avrebbe ritenute tali Mino Damato, all’anagrafe Erasmo, famosissimo giornalista tv scomparso venerdì scorso nella riservatezza della famiglia. Non aveva compiuto 73 anni, e l’ultima volta che lo avevo incontrato, neppure un paio d’anni fa, mostrava ancora l’aspetto di un giovane invecchiato. Giovane dentro, quindi, con le passioni intatte. E tutta la sua vita e la sua vita professionale, non su due piani come accade spesso ma su un unico, lungo, accidentato e profondo cammino, sono state giovani...

    Da un po’ non si parlava di lui, e quando ho visto la “striscia” in sovrimpressione su Skytg24 domenica scorsa, avendo fatto in tempo a leggere solo “Mino Damato” ho temuto il peggio. Un po’ perché mi era stato detto che non stava bene, un po’ molto perché di solito quando figure popolarissime riappaiono di colpo alla cronaca dopo tanto tempo è spesso purtroppo perché mietono l’ultima messe di notorietà scomparendo. Era un uomo particolare, diverso, Mino. Assai per bene, vivo e vivace in tutte le sue cose, nel lavoro, nei rapporti con gli altri, nella dedizione alla causa o alle cause che riteneva di dover seguire. Quando adottò la bambina in Romania, quando si diede anima e corpo (davvero una cosa sola per lui, un unico Mino) alla Onlus per aiutare i bambini romeni malati di Aids, tutte le volte che c’era da fare qualcosa in termini di solidarietà per gli altri, per i più deboli, per i più a rischio. Almeno nella terza parte della sua vita. La prima era stata relativamente “normale”, da giornalista sveglio, acuto, pratico prima sulla carta stampata e poi in tv. La seconda era stata quella del conduttore “fachiro sui carboni ardenti” dove aveva camminato in una puntata della Domenica In che conduceva. Di qui la giusta osservazione di Aldo Grasso in memoriam su Il Corriere della Sera sulla performance sua più ricordata, insieme davvero metafora della sua vita. Ho lavorato occasionalmente con lui a cavallo tra la seconda e la terza “vita”, fine ’94, quando congetturavamo programmi notturni per Rai Due che poi la politica e l’azienda ci cassarono dopo tre, quattro puntate: la “cosa” andata in onda si chiamava Stazione Centrale, trasmessa in diretta da Termini a mezzanotte. Pionieri, fessi pionieri… Il ricordo che ho di Mino è di assoluta stima, e sono certo che anche le sue marezzature politiche da una parte e dall’altra per la terza vita fossero solo improntate alla ricerca di aiuto, di fondi, di comprensione per fare del bene. Lasciatemi dire che adesso lo hanno ricordato tutti con evidenza, ma negli ultimi anni non se lo filava pressoché nessuno. Storia solita: il “parce sepulto” sembra chiudere i conti. Errore, non è così, non per me almeno. Meglio aiutare e rispettare le persone in vita, che accroccare ricordi postumi che durano lo spazio di un mattino. Anche questa nota corre questo rischio, o lo correrebbe se fosse insincera. Ciao, Mino, aveva ragione Sandro Penna che forse i lettori di questo portale conoscono poco o per niente. Grande poeta. Ti unisco a lui in questi versi che ti si attagliano: ”Beato chi è diverso/ essendo egli diverso/ ma guai a chi è diverso/ essendo egli comune”. Eri diverso, sì.notizie.tiscali.it, 20 luglio 2010

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