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    18
    ott.
    2010

    Il marassi era solo un pretesto: la partita si gioca in uno stadio chiamato europa

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    I misfatti di Genova di martedì sera sembrano chiarissimi nella loro evidenza eppure proprio per questo (“La cosa più difficile non è trovare verità nascoste ma vedere ciò che si ha sotto gli occhi”, formula di un famoso centrocampista di difesa austriaco, tal Wittgenstein) rischiano di subire una lettura parziale, o disorientante: dipende dal peso che loro si dà e dal tipo di pubblico (target…) cui ci si rivolge. Agli italiani, ai tifosi italiani, ai serbi, alla politica dei due paesi, alla politica europea? Ecc.Vado quindi sommariamente per punti, e ognuno può trovarne qualcuno di suo interesse, anche solo per dissentire. Ma almeno a ragion veduta, con un minimo di “vertute e conoscenza”.1) Il calcio, lo stadio di Marassi, la partita di qualificazione europea Italia-Serbia erano solo un pretesto, un’occasione, un palcoscenico mediatico, un evidenziatore. Ragionare nei termini ristretti del pallone è un non senso...(continua)

    2) Che cosa c’era e c’è in ballo? L’entrata della Serbia in Europa. Più chi è contrario tra i serbi, in specie questo gruppo fanatico del ridicolo eppure impressionante Ivan con svastcihe e croci celtiche, un “esercito” di orfani para e submilitari del Comandante Arkan, criminale di guerra e prima e durante anche capotifoso della Stella Rossa, chi è contrario, dicevo, dimostra che sono “inattendibili” e “impresentabili”, più la Serbia democratica e faticosamente in marcia verso uno straccio di identità nazionale nel teatro europeo rischia di rimanerne fuori.3) Di tutto ciò, compresi gli anniversari recenti del decennale di Milosevic o del “Gay Pride” di Belgrado di domenica scorsa, dovevano per forza essere al corrente sia la politica e il governo serbo sia la politica e il governo italiano.4) La storia dei fax, delle accuse reciproche dei due governi, del “non sapevo, non credevo” o è una balla colossale di entrambi con varie gradazioni di responsabilità oppure è la dimostrazione da parte di entrambi di una approssimazione tendente al “mostruoso”.5) La conseguenza di ciò è stata l’incredibile sequenza di fattacci permessa e “scortata” durante tutto il martedì genovese. Come pensate che forse 500 (probabilmente meno) facinorosi noti in patria ma in qualche maniera riconoscibili nei comportamenti anche dalle forze dell’ordine italiane, potessero mettere a ferro e fuoco la città, tendere un agguato al pullman della Nazionale serba e soprattutto entrare serenamente armati allo stadio di Marassi senza responsabilità enormi un po’ di tutti? Da quelle del Ministro Maroni, che non c’era e che forse ci sarebbe dovuto essere vista la gravità della vigilia, a quelle del capo della polizia, del questore ecc., a scalare, fino agli steward timorosi e “distratti” dei tornelli d’ingresso?6) Tutto ciò avviene perché appunto il calcio offre una vetrina mediatica, e specifica (il pallone come “guerra” una volta sublimata e oggi applicata quasi letteralmente troppo spesso, oppure come “fede”, religione degli esagitati…), un po’ per tutto: figuriamoci per un caso di fenomenale importanza politica continentale come l’eventuale ingresso della Serbia in Europa. Questo aggrava, non alleggerisce le responsabilità succitate fino a tradurle in colpe.7) Sto dicendo in soldoni che, almeno per il sistema mediatico e per l’opinione pubblica a strati di interesse o disinteresse summezionati, è molto più politico lo stadio che ospita Italia-Serbia di questi tempi che il burocraticissimo e attardato Parlamento Europeo. Che l’Unione Europea sia politicamente poco meno che un’ipotesi ancora oggi lo dicono in tanti, considerando la dimensione economica comunitaria l’unico vero collante continentale. Io sto scrivendo qualcosa di più estremo: che si fa più politica con il calcio nello Stadio Europa che non con la politica stessa, almeno “questa” politica. Ma sembra che nessuno se ne accorga.8) Certo non possiamo chiedere che se ne accorgano prima e meglio della classe dirigente europea così rallentata i giocatori, i giornalisti sportivi e gli addetti ai lavori. I primi giocano, o magari smarriscono il senso della realtà come i serbi minacciati che cercano di placare i connazionali “bestie”, o gli italiani ignari chiamati “per una festa”, ignorando del tutto che le premesse fossero ben altre. I giornalisti del settore dovrebbero rivedersi e risentirsi cento volte le telecronache (che hanno fatto impennare gli ascolti…) di una partita che non c’era, per capire la loro inadeguatezza di fronte a un fenomeno che ha cambiato pelle e segno sotto i loro occhi presbiti. Gli addetti ai lavori, leggi la politica sportiva e i vari soggetti preposti all’organizzazione e amministrazione del match, non sembrano in grado di gestire il calcio in Italia, figuriamoci in Europa…con tutte le variabili appena riassunte.Conclusione: martedì c’è stato non soltanto un campanello d’allarme (fortunatamente non andato oltre grazie – questo sì – alla ragionevolezza delle forze dell’ordine ma solo “dopo” la loro stessa dimostrazione di inadeguatezza preparatoria) bensì un autentico evento rivolto al futuro. Calcio e politica negli anni che verranno, a partire da oggi mentre leggete. Ma chi se ne occupa? Nessuno, vi giuro nessuno… (era una canzone di Mina, se non sbaglio). notizie.tiscali.it, 14 ottobre 2010

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    Katrina .
    catarsi si compia! Il calcio metafora della vita, il calcio sublimazione della guerra. Ascese, cadute, parabole umane. Uomini di ogni forma e colore, c'è posto per tutti. Gli occhi tartari di Krasic, la faccia etrusca di Aquilani. Il calcio non ha bisogno dell' eticità imposta e millantata, per esempio del rugby. Il pallone ha una sua giustizia intrinseca, che trascende anche i tribunali. Per tutto questo ha un fascino unico e imperituro. Vincono i più motivati, quelli che sanno avere - che sanno essere -qualcosa in più. E chi bara , chi sbaglia paga. Magari in differita,come è successo all' ultima Italia di Lippi, che ha scontato oggi la disgregazione del 2006 (calciopoli). E poi, colori e umori di guerra. Non solo il 12 Ottobre, ogni domenica. Negarlo è ipocrita e soprattutto non - utile. Ma stemperati gli eccessi, eradicati i pericoli effettivi con mano capace, ferma e intransigente, i tifosi devono potersi esprimere. Hanno diritto a liberarsi. Ne hanno un bisogno che inibire aldilà degli obblighi di sicurezza può essere controproducente e addirittura pericoloso Trovo poco saggio rimuovere gli striscioni, anche i più demenziali. Fanno parte del rito, e rito sia....e si compia il parossismo, e arrivi la catarsi, a liberarli di sè, a liberarli del sè, come sempre dalla notte dei tempi..... L’ uomo nero e i mostri di casa nostra Apprendo che a breve l’ uomo nero che tanto ci indigna e terrorizza forse verrà restituito alla sua sventurata mamma. Perché in Italia i delinquenti non stanno più in carcere, si dice. O forse perché l’ Italia è ancora (per quanto?) uno stato di diritto e alla “mostruosità” mediatica deve ancora corrisponderne una comprovabile. Negli stessi giorni andava in onda il film tremendo dell’ insensato assassinio in un marciapiede romano. In men che non si dica, una persona colpita si è materializzata al suolo, agonizzante, sotto gli occhi di chiunque. Questo chiunque guarda ma non vede. Gli ultracorpi fluttuanti dell’ Anagnina volgono uno sguardo furtivo di blanda curiosità al nulla umano riverso al suolo, poi passano oltre, cliccano altrove……. Costoro non recano tatuaggi, non urlacchiano “Kosovo je Srpsko” anzi non dicono alcunché. Non hanno vestiti neri né un aspetto balzano o minaccioso. Il buon Veltroni ci dice: “non si fermano per paura……”. Di che? Non c’ è stato agguato né sparatorie, né gente armata.Che cosa è questa gente? Che cosa teme in quella sagoma dolente? Forse che abbia il potere arcano di destarli dal sonno infinito della coscienza. Cliccano altrove, lieti di aver conservato una volta di più l’ integrità della propria annichilente vacuità esistenziale – questa sì – mostruosa…. Europa tra furori serbi e italiche sgangheratezze. Eppur si muove…. Condor Juve un 13 Ottobre ha fatto una domanda a “Yahoo answers”. Condor juve di solito scrive per caldeggiare acquisti calcistici, magari attaccanti da trenta gol…..Giovane italiano medio, sveglio ma perlopiù immemore anche di sé stesso, quel 13 ottobre ha chiesto cosa diavolo è successo nel 1389 . Ha scoperto che gli interessa e, in qualche modo, lo riguarda. Ne ha parlato, e a lungo. Come lui, CondorInter e CondorBayern e altri milioni. Come dice lei, non è negli apparati e nei palazzi che si fa l’ Europa. E’ nel piccino dei ciascuno che nascono le consapevolezze e diventano grandi. E, come spesso avviene nella storia, non dopo eventi edificanti, ma dopo strambi tumulti che tumultano il cuore. Del resto lo diceva De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior….” Lo stesso tracciato, lo stesso destino, Condorjuve ora lo sa. L’ Europa è lui.

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