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    20
    ott.
    2010

    C’è vita nel teatro: è giorgio albertazzi

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    Leggevo con emozione intellettuale nei giornali di fine settembre: “Scoperto un nuovo pianeta ritenuto il gemello della Terra: lo hanno annunciato alcuni ricercatori della California e di Washington. E’ grande tre volte la Terra e orbita a una distanza che lo situa al centro di quella che viene definita la ‘zona abitabile’, cioè la giusta distanza da una stella. Ciò rende possibile trovare acqua sulla superficie dei pianeti e li rende dunque ‘abitabili’. Gli studi che hanno reso possibile…”. Ecc.ecc. La notizia è poi sparita dai media. Riapparirà presto, magari, proprio come una stella da osservare con il naso all’insù. Molto più vicino a noi, al centro della nostra terra personale, della nostra vita di tutti i giorni, delle emozioni, della cultura “alta” e “bassa”, c’è il teatro. E in particolare il teatro non/teatro o meta-teatro o para-teatro che ormai da qualche anno realizza Giorgio Albertazzi, nel pugno degli attori indimenticabili del Novecento che resiste impavido ancora oggi, venerabile, venerando e giovanissimo...(continua)

    A differenza degli altri grandissimi, ultimo specifico Carmelo Bene, Albertazzi ha però cercato fortissimamente e trovato di recente l’elitropia del teatro: la pietra filosofale che ficca la vita sul palcoscenico e il palcoscenico nella vita, la passerella sospesa nel vuoto delle nostre anime che si riempiono di quel “passaggio” così rischioso sull’abisso, la “grazia” insieme etica ed estetica che trasforma l’attore in tutti noi e tutti noi in quel particolare “attore”, che agisce per noi e con noi nel senso più letterale e figurato insieme del termine.Tutto ciò, la vita su questo nuovo e insieme vecchissimo pianeta, esattamente come per quello segnalato all’inizio, l’ho trovato non per caso sabato scorso nella penultima replica di “Lear”, a Roma, al Teatro India (ancora visibile quest’anno a Napoli, dal 22 al 27 ottobre prossimi, al Nuovo Teatro Nuovo). ”Lear” è una pesante e insieme pregiatissima opera di William Shakespeare sul rapporto padre/figlie, potere e senso del potere, vuoto/pieno dei sentimenti e delle persone ecc. Prima di “Lear” si ricordano decine e forse centinaia di spettacoli di teatro shakespiriano resi memorabili da Albertazzi, da quell’Amleto in inglese che lo ha reso immortale nel tempio naturale dei connazionali del “Bardo” in poi, e recentemente (ma che vuol dire questo avverbio per un artista così?) o quasi quelle “Memorie di Adriano” di cui gli spettatori solitamente riferivano “Sono ormai le memorie di Giorgio”, tanto era riuscito a penetrare nell’anima più inaccessibile dell’imperatore della Yourcenaire.Ma con “Lear” è un’altra cosa. Non sto a raccontarvi lo spettacolo, è come spiegare le poesie, se non addirittura le barzellette (non paia troppo “profano” il riferimento, l’ironia di Albertazzi riesce a tenere insieme i vari registri della parola, fino alla barzelletta). Albertazzi, più vicino ai 90 che agli 80, non è semplicemente Lear, un’idea di Lear, un’interpretazione di Lear, il vecchio re che non richiesto, “gratuitamente”, divide in vita, anzitempo, il suo regno tra le figlie con il casino umano e di potere che ciò prevedibilmente avrebbe comportato e comporta, ieri come oggi. Non farebbe notizia, un gran Lear, l’ennesimo, di Giorgio “favorito” dagli anni naturalmente nella parte.Il punto è che non è una “parte”: Albertazzi fa Albertazzi mentre fa Lear e viceversa, spiega Lear idealmente a tutti noi, in primis a lui stesso, spiega Albertazzi “nella fine del cammin di nostra vita” a lui e a noi, riempie un palcoscenico, non-palcoscenico ma scena qualunque di un qualunque momento della nostra quotidianità, delle nostre domande abituali, formulate oppure no. Albertazzi fa un’unica parte in questo “Lear” mostruoso non tanto e solo di bravura (non farebbe notizia…) ma di senso, di risposta in itinere a queste domande: la parte è quella della nostra esistenza comune, di un denominatore umano che coglieva Shakespeare allora e raramente coglie qualcuno oggi, in tempi balordi e impoveriti dalla mancanza di scintille dell’acciarino interiore.C’è vita, sì, nel teatro, se il teatro fa la parte della vita, c’è vita in questo nuovo/vecchio “pianeta abitabile” dove le parole sono l’acqua che lo rende vivibile, che ci restituisce la sete e la possibilità di dissetarci, il senso e il suono, il significante e il significato, rompendo tutte le solite “pareti” di circostanza o se volete la distanza siderale del cosmo. Questa è cultura non venduta all’incanto, ma mani che si stringono su quel vuoto che comunque sotto fa paura. Sotto la passerella sulla quale a rischio e fatica ondeggiamo, intendo, Giorgio, il suo gruppo di attori, gli spettatori ubriachi di verità meta-teatrale in una drammaturgia del necessario, io che scrivo e voi che leggete. Almeno, mi sembra così…notizie.tiscali.it, 19 ottobre 2010

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