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    dic.
    2010

    Servo di scena

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    Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2010 Facciamo come Pollicino, un sassolino per volta. Cominciamo dalla manifestazione di oggi degli studenti. Ce l’hanno, giustamente, con la riforma della Gelmini. Ce l’hanno, almeno altrettanto giustamente, con una scuola e un’Università che stanno andando indietro da un pezzo, sotto qualunque governo. La Gelmini con la sua impresentabilità professionale (l’esame di Stato avvocatesco a Reggio Calabria) e politica (che ha fatto di dicibile per diventare ministro?) sta adesso perfezionando il precipizio.

    Ce l’hanno, ancora più giustamente e sacrosantamente, con la classe dirigente di un Paese e un Paese nel suo complesso che ha loro rubato il futuro, e non da oggi. Ce l’hanno, in un Edipo da strada o da Piazza, con i loro padri che si sono divorati tutto il divorabile spartendo qualcosa solo da ottuagenari e con la cooptazione dei “figli di”. Insomma, un crimine culturale ancora prima che politico ed economico. Culturale? Suona a destra uno squillo di tromba, a sinistra (cioè sempre a destra…) risponde una tromba. La “sarta” Gelmini taglia sull’istruzione e la formazione, il “sarto” Bondi taglia e cuce sui fondi alla cultura. Un altro sassolone, questo: tagli indiscriminati, con i quali di certo non si fa fronte a un’odissea di clientele e clientelismi che da generazioni ha fottuto anche le arti e che andrebbe certamente battuta in breccia e invece così non solo non si arresta ma fa affondare quel poco di cinema e di teatro (per rimanere alla “scena del crimine”) ancora in vita. Un’orrenda catena di nepotismi, servitù, raccomandazioni immeritocratiche che nella più piena corruzione materiale e immateriale rovina ormai del tutto o quasi la creatività di cinema e teatro, sottomettendoli alla tv, cioè alla politica in osmosi con essa. Meno soldi vuol dire purtroppo solo meno soldi ai “nemici” e più soldi agli “amici”,   indipendentemente dall’arte smorta in un angolo che è stata resa “non più né necessaria né sufficiente”. Del resto Tremonti è stato lapidario: la cultura non si mangia. A studenti e artisti non avrebbe potuto dire di peggio. Così ad esempio il teatro, la forma di spettacolo che più ci potrebbe garantire interiormente perché più antica, più semplice, più aderente alla realtà di tutti i giorni, sta rapidamente trasmutando in “natura morta”. Certo, c’è ancora, ma a patto ormai che tutti artisti, addetti ai lavori, pubblico di abbonati ecc., per convenzione facciano finta che il teatro sia ancora vivo in Italia. Una recita collettiva, davvero una meraviglia triste di “teatro sul teatro”. Eppure, eppure, nella notte di un sabato recente, in un teatro della più periferica periferia romana, a Tor Bella Monaca, naturalmente l’unico teatro del genere quando invece teatri ovunque civilizzerebbero ogni periferia, ho assistito a qualcosa di straordinario. In scena un signore, molto avanti negli anni e molto indietro nella giovanile stamina del più puro teatrante, ci stava dicendo che cosa era, è e potrebbe essere in futuro Shakespeare. Alternando il Bardo alla quotidianità, l’Old Theatre londinese a spicchi di borgata romanesca, trasformava la natura morta cui si vuole ridurre il teatro oggi, in una natura viva e pulsante, faceva scendere in platea un’idea di teatro che è un’idea di vita, di giovinezza e vecchiaia, di eros e potere, di età e consapevolezza e nostalgia e rimpianti. E poesia. Il teatro c’è, malgrado tutti i Bondi (ma anche le Gelmini) del mondo intesi come categoria e non come pupazzi di scena, basta scrostare un poco, volerlo trovare, volerlo consegnare agli altri. Volersi mettere in gioco, voler stupire e stupirsi, non fare calcoli, voler “insegnare ciò che non si sa” che è la grande lezione dei Maestri. Forse questo sasso si lega al primo sasso, al disagio giovanile da cui sono partito e che oggi farà parlare i media, un disagio prima culturale e poi tutto il resto. Il senso della vita, il senso del teatro, il senso del teatro della vita mentre siamo sulla ”scena del crimine”. Quel signore di Tor Bella Monaca ha 87 anni e si chiama Albertazzi. Giorgio, Albertazzi.

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