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    23
    dic.
    2010

    Dalla parte degli studenti, senza “se”e senza “ma”

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    Il Giappone sembra un Paese lontanissimo da noi un po’ per tutto, e invece non lo è, a partire dalla pesantissima analogia tra due popoli che in una generazione, nel secondo dopoguerra, hanno trasformato a tappe davvero forzate la loro natura “contadina” in “industriale”. E fenomeni così incisivi appunto incidono la carne delle persone. Ebbene, in Giappone ormai da tempo si assiste al tremendo svolgersi degli “hikikimori”, traducibile in  “autoreclusi”, soprattutto giovani e giovanissimi che vivono chiusi in camera rifiutando ogni contatto con il mondo esterno. Hanno internet, quando ce l’ hanno. Non vogliono vedere né sentire fisicamente nessuno. Secondo stime per difetto del Ministero della Sanità del Giappone compongono la popolazione degli “autoreclusi” circa un milione di persone, in aumento ma già ora il 20% dei maschi del Paese.

    Che c’entra con gli studenti italiani che scendono in Piazza, o stanno per riscendere in Piazza? Che c’entra con i rischi della violenza, sviluppatisi il 14 scorso e quasi invocati per esorcizzare la Piazza da alcuni responsabili del Governo? Dico di Mantovano e Maroni e Gasparri, che –malgrado i precedenti giovanili di alcuni di loro, cfr. Maroni in “Avanguardia Operaia” e poi nella condanna degli anni ’90 per resistenza a pubblico ufficiale, da un pezzo hanno sempre “il morto in bocca” e addirittura adesso hanno tirato fuori un “Daspo” (misura di limitazione per ultrà da stadio) per i manifestanti tradendo quella che sarebbe la loro palese volontà politica: così come si stanno svuotando gli stadi altrettanto dovrebbe accadere alle Piazze, alla strada, per non dare fastidio al manovratore. E’ dovuto intervenire Napolitano per collegare i cortei e il diritto ai cortei al disagio giovanile, e forse il Presidente non è esattamente tipo da gazzarra ma casomai da prudenza paleocristiana o democristiana.
    Che c’entra il Giappone dei giovani in gabbia, molti dei quali purtroppo suicidi in un’idea di vita e di lavoro che prima non li prevede e poi “non li interessa più”? Che c’entra con il Movimento dell’Onda studentesca di due anni fa e quelli periodici delle ultime decadi, con trent’anni buoni di governi che da destra e da sinistra, da sopra e da sotto e dal centro, dal centro davvero in ogni senso, non hanno mai avuto la volontà politica di “rispettare la scuola”? La volontà di rispettare gli studenti, gli insegnanti, i responsabili degli istituti, e i genitori oggi in crisi come famiglia e come persone di fronte ai figli, da parte di una politica che ha mancato d’attenzione per la dignità della parola “scuola” ignorandola pressoché del tutto in ogni programma elettorale e poi di governo, se non per evidenziare carrozzoni parapoliticanti e tagli come adesso sta facendo la “sarta” Gelmini?
    Che c’entra con la precarietà oppure assenza di lavoro e anche di prospettive lavorative per una percentuale “folle” di giovani? Che c’entra con la vuotezza dei loro padri che da troppi anni hanno confuso vita e tenore di vita, sostituendo il secondo alla prima e non dando alla scuola quel millenario senso che aveva? Che c’entra con le strumentalizzazioni politiche di una celerissima classe dirigente? Una classe politica che se sta al governo o minaccia il morto o distingue tra studenti buoni, che non scendono in piazza a manifestare cioè secondo loro a disturbare, e studenti cattivi che invece lo fanno, e quindi come i magistrati sono “studenti rossi” non per il freddo, la vergogna, la preoccupazione ma perché schierati a sinistra (ma quale, ma dove, ma di che stiamo parlando?), e se sta all’opposizione sale ridicolamente sui tetti per qualche “voto in più” e per un sostegno mai dato davvero nella realtà?

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    E potrei continuare a lungo. Ebbene, tutto ciò c’entra, perché abbiamo studenti, cioè giovani o giovanissimi, cioè nuove generazioni, cioè in una parola “futuro”, che può scegliere se non è “figlio di” o non scappa all’estero a quanto pare soltanto tra l’autorecludersi nipponico o il manifestare italiano o italiota. Meglio, mille, diecimila, un milione di volte meglio che manifestino, anche se sulle violenze eventuali speculano un po’ tutti. In Piazza, dunque, non per qualcuno o contro qualcuno di politicamente riconoscibile, ma per voi, ragazzi, perché siete stati derubati del domani e forse del dopodomani, e contro la vergogna indecente di un Paese che vi ignora. Per non diventare “hikikimori”, perché non è giusto, perché la vita ha un senso nelle strade per un valido motivo e non nell’autoreclusione di una stanza in attesa di spegnere anche solo la fiammella di una candela esistenziale. Guardiamoci attorno, per misurare l’infelicità giovanile: non basta per solidarizzare in tutti i modi senza “se” e senza “ma” con gli studenti, con i giovani, con i figli? 
    da Tiscali notizie, Indietro Savoia 21 dicembre 2010

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