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    13
    gen.
    2011

    Ma dov’è finito il gusto per il bello degli italiani?

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    Quante volte avete chiesto o sentito chiedere, in aereo o in treno, “un succo d’arancio”? E quante volte ci avete fatto caso? Come sarebbe, il succo di un albero, invece del succo di un frutto di quell’albero? Ma ovviamente va bene così, l’importante è che ci si capisca, anche se l’italiano viene depotenziato, ridotto, violentato, sodomizzato. La lingua, intendo … Ma non importa a nessuno, ed è un fenomeno che viene da lontano. Diceva Nanni Moretti nel suo “Palombella rossa” più di vent’anni fa ormai, “chi parla male pensa male”: e ci siamo arrivati, e sotto gli occhi e soprattutto le orecchie di tutti.

    Pensate che sia un problemuccio che riguarda solo gli italiani in quanto italofoni? Che nel resto le cose vadano meglio? Prendiamo il cinema, giacché ho evocato Moretti. Nei giorni di festa sono stato a vedere “La bellezza del somaro”, regia di Castellitto, buoni attori con uno Jannacci impeccabile, commedia all’italiana recensita dalla critica tra il piacevole e l’ottimo. Un po’ bozzettistico, ma con gusto e godibilità, una specie di film italiano alla francese o una commedia francese all’italiana. Niente di imperdibile, ma non ci si pente di quell’ora e mezza. E malgrado alcuni temi forti trattati in modo grottesco, quasi un film per famiglie, quasi un film per Natale. In sala, pochissima gente. Assai più gente a vedere nelle sale attigue un paio di “cinepattoni” come “Natale in Sudafrica” di De Sica e company o “I Babbi Natale” di Aldo, Giovanni e Giacomo. In attesa del “cinecalzadellabefana” di Checco Zalone, che uscito dopo sta sbancando i botteghini in un nobile agone di mercato.
     
    Ora, senza troppa puzza sotto il naso, da anni si dice il peggio di questi “cinepanettoni”, scivolati giù giù per la china della volgarità e dell’insensatezza, il peggio della tv trash concentrato in episodi. E ogni anno da parecchio è sempre la stessa storia. Ma è il mercato, bellezza, si obietta, e quindi finché vanno al cinema ringraziamo il Dio del botteghino che dà da lavorare. Sarebbe peggio se non ci andassero e le sale fossero vuote. D’accordo. Ma qui parlo di gusto, per la lingua come per il cinema. In un Paese che non avesse smarrito non dico il “buon gusto” certo non facile da codificare (chi lo fa? Un Monsignor Della Casa odierno per un galateo esterno e interno polverizzato da un pezzo ?), ma almeno un gusto decente, accettabile, non fatto solo di “scoregge” della bocca, del sedere, del pensiero, le cose sarebbero diverse: non si vedrebbero “cinepattoni” di così basso livello, dunque non si produrrebbero, e si potrebbe immaginare una produzione di livello superiore. Non stratosferico, non penso né a un Dreyer né a un Bergmann né a un Woody Allen per tutti, via, non sono così elitario. Ma forse “La bellezza del somaro” potrebbe essere un “cinepanettone” di uno spessore cinematografico e di gusto generale superiore, allargando la base di chi ride o sorride di una battuta che lo riguarda invece di sghignazzare per una pernacchia che ancora evidentemente considera “liberatoria”.
     
    Lo stesso discorso potrei fare per l’editoria, e i libri che si vendono ancora, fortunatamente, ma che si dibattono tra una qualità di base che scende e romanzi asfittici, che sono best seller anche solo per un giorno a condizione che facciano parte della solita ristretta lobby che li scrive, li edita, li recensisce, li mostra in tv. Romanzi, definiti in un fiat “capolavoro” della contemporaneità, che ogni giorno ci piovono addosso. Un capolavoro al giorno? E del gusto degli italiani potrei parlare, dopo la lingua, il cinema, i libri, per gli acquisti dei “saldi” di gennaio. Un’umanità (quella che può) che si riversa nei negozi in una sfilata di cattivo gusto, spesso delle merci, spesso delle persone stesse, sempre o quasi della visione d’insieme. E parlano di “italian style”…Ma dove, quando, chi? Dov’è finito il gusto degli italiani? E’ volato via come i palloncini di Rascel? Oppure si dice “gusto” e tutti pensano solo al volume d’affari del settore “cucina” ? (Vi risparmio la solita “pippa” su Berlusconi e la classe dirigente onnicomprensiva del Paese che ha “permesso il” e poi “speculato sul” precipizio del gusto che ormai ci assedia dappertutto. Tra i consapevoli del degrado, ed è gravissimo, tra gli inconsapevoli, ed è un marchio di fabbrica dei post-italiani).
    di Oliviero Beha per Tiscali Notizie

    http://notizie.tiscali.it/oliviero-beha/

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