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    2011

    Politica in polvere

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    Pubblicato sul Fatto Quotidiano del 12 gennaio 2011 Si attende con ansia (con ansia?) la decisione della Consulta, che a buona ragione in molti tra gli addetti ai lavori prevedono “cerchiobottista” (neologismo stagionale al momento in sonno). Ma il “legittimo impedimento” di cui si sentenzia e il “processo breve”, due denti acuminati nelle fauci del Caimano, che altro sono se non il frutto della polverizzazione della politica? Come effetto di essa è il vicolo cieco opposto da Marchionne alla questione Fiat, cioè alla questione operaia, cioè alla questione lavoro oggi in Italia.

    Se invece di rimanere al livello del mare della fabbrica in gioco e del suo referendum, si sale anche solo su una collinetta, il panorama si fa più nitido. Si è arrivati a questo “ricatto” di Marchionne, o così o me ne vado in Canada armi e bagagli, dopo anni di assenza della politica: a destra, dove l’andazzo sembra piacere com’è e infatti tace il dibattito sull’aut-aut di Marchionne, e a sinistra, dove non sanno che pesci pigliare neppure alla vigilia del referendum perché sono anni che non pescano alcunché di politico. E la questione Fiat è una questione sindacale solo alla fine del cul de sac di oggi, mentre sarebbe stata fin dall’inizio una questione politica. E se parlo dell’inizio, parlo dei rapporti tra i partiti e la Fabbrica di Automobili italiana (oggi suddivisa in Borsa…) per antonomasia da sempre, del rapporto tra il Casato Agnelli e la politica italiana, solitamente a vantaggio del primo.Ma almeno c’era una chiarezza di fondo in quel “ciò che va bene alla Fiat va bene all’Italia” di agnellesca memoria. E c’era un’anima sindacale a volte sconfitta a volte resuscitata in questo confronto/scontro. Un’anima sindacale che aveva alle spalle una politica, anch’essa ultradiscutibile ma riconoscibile, solida, o almeno tendente alla solidità. Adesso c’è un manager che è in fuga per il titolo iridato nella globalizzazione, e la politica assente e svuotata ci lascia credere che si tratti “solo” di una dimostrazione di “contemporaneità” eccessiva da parte sua (lascerei per qualcosa di più complesso e immateriale il concetto di “modernità”), di efficienza imprenditoriale contro il “vecchio che arretra” della Fiom all’interno della Cgil all’interno della classe lavoratrice nazionale di cui si preoccupa Napolitano. Dalla collinetta invece non sembra che sia solo questo, che pure sarebbe abbastanza. Sembra che sia l’esito di una progressiva riduzione in polvere della politica, e delle sue capacità di ispirare il nuovo e mediare con la conservazione di un tessuto sociale. È evidente mi pare che il punto sia il “ricatto”: passato una volta come metodo, può replicarsi in   qualsiasi momento per qualsiasi altro motivo o tema in futuro. Non sarebbe così se l’affaire Marchionne si fosse riempito di sostanza politica in un dibattito reale su ciò che c’è dietro, davanti, dentro questo referendum. Invece Berlusconi è preoccupato di non essere processato, Tremonti di prenderne il posto, Bossi di federalizzarci in un risotto già scotto, Fini e Casini di quel che può accadere. Mentre più simbolicamente di quel che non gli paia, Alemanno scioglie la Giunta del Campidoglio in odore di nepotismo/clientelismo/affarismo, voci forse lontane dalla “politica” nel senso migliore e più urgente. E dall’altra parte, Bersani si trova davanti un osso troppo duro per i suoi molari e riesce solo a produrre grida manzoniane sulla “maggioranza che non c’è più” o il sindaco della Capitale che “se ne deve andare”. Come se ci fosse l’opposizione, come se ci fosse stata in questi anni in cui alla moviola si è assistito alla progressiva polverizzazione di cui dico, come se D’Alema andasse oltre l’Ikarus e le “scarpe” o le vacanze di Saint Moritz, come se Veltroni si fosse diretto in Africa a fare del bene, come promesso… Come se… appunto.

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