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    gen.
    2011

    La democrazia e il voto

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    di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2011Ora che ha vinto le primarie alla pummarola, Cozzolino respinge accuse e sospetti: sono tutti invidiosi della sua vittoria, i voti li ha presi lui, il Pd rialza la testa. Può essere. Ma l’idea del voto che sostiene e giustifica la democrazia comincia a darmi il mal di capo. Non lo ripete forse tutti i giorni il simpatico Caimano dionisiaco (“gli italiani mi amano e soprattutto mi hanno votato e mi rivoteranno”) alla faccia di qualunque reato, penale, morale, metaforico, estetico gli venga imputato? È dunque proprio così, ossia la faccenda di chi ti vota mette a tacere qualunque altra considerazione?

    Vediamo. Mettiamo che per partecipare alle primarie del Pd la direzione del partito avesse imposto nel napoletano, naturalmente votandola a maggioranza, la regola per cui il candidato dovesse avere un cognome che finisse per forza in “ino”. Porta bene, sembra un segno del destino (rima…!), non è vero? Non è un diminutivo, per carità: anzi. Non è la Napoli di Pomicino, Bassolino, Iervolino? Sarebbe giusto, sarebbe ridicolo, sarebbe democratico, sarebbe dirigistico, sarebbe dirigistico/democratico? E trasferito a Berlusconi, il voto è tutto in democrazia e giustifica tutto?Ci pensavo leggendo due giorni fa un documentato articolo non su queste colonne né su Repubblica o sull’Unità, scandalosi fogli anti-silvieschi, bensì sul Giornale del medesimo: trattava del rischio per la libertà se avesse vinto qualcuno invece che qualcun altro. Una forma di resipiscenza, un attacco di autocritica, la voglia di allargare gli orizzonti? Semplicemente un pezzo dedicato non all’Italia ma alla Tunisia. Il titolo era “Se a Tunisi la democrazia minaccia la libertà” e il sommario “…le prossime elezioni libere potrebbero vedere il successo degli islamisti…”. Dunque il rischio fondamentalista annidato come una serpe in seno nelle urne. Fondamentalismo religioso, naturalmente. E il fondamentalismo economico, quello aziendalista, quello affarista? Non voglio rifare la storia di Hitler che vinse le elezioni dell’inverno tedesco dopo l’estate grulla della democrazia di Weimar puntando sul lavoro che avrebbe dovuto far riemergere dalla crisi. E i posti di lavoro spuntarono, infatti, ma con l’industria bellica… Né mi rifaccio ai teorici inglesi del “cuore nero della democrazia”, di quel buco che si apre quando c’è chi utilizza democraticamente le elezioni per poi dare svolte antidemocratiche. Oppure al libro di Colin Crouch di qualche anno fa, “Postdemocrazia”, ed. Laterza, che analizzava i rischi di non vedere che cosa stava accadendo alla qualità della democrazia in un’epoca così differente e cangiante nei suoi modelli e nei suoi limiti. Più banalmente rilevo che gli anticorpi sono finiti da un pezzo, e la democrazia solo elettoralistica sta divorando se stessa, in una sorta di trasfigurazione della Costituzione e dei suoi articoli in una melmosa “costituzione materiale” giustificata da quella stessa Carta che pure nega nella pratica quotidiana. Dove sono i poteri di controllo istituzionali o di sistema, tra cui quello di una stampa libera, che non guardi in faccia nessuno, cane da guardia per difendere le istituzioni ma comunque e da chiunque, da qualunque tipo e dose di Berlusconi e di berlusconismo ci piova addosso, dalla maggioranza come dall’opposizione? Ha senso riempirsi ancora la bocca ormai bavosa di democrazia senza vederne il buco, in un formaggio groviera che vale per l’Italia e non solo?

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