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    04
    feb.
    2011

    Fine d’epoca?

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    di Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano 2 febbraio 2011 Se qualcuno oggi in Italia parlasse di “fine d’epoca” credo che tutti o quasi andrebbero con il pensiero al Caimano che si dibatte ormai senz’acqua, al fango delle intercettazioni, alla sua situazione giudiziaria incombente. Nel frattempo però brucia l’Africa araba, e il massimo dello sforzo per associare le idee forse non va oltre alla grottesca storia di Ruby “nipote di Mubarak”, la cui famiglia (del rais, non dell’etéra) è già al sicuro... Il sentore forse impressionistico di essere alla fine di un ciclo storico, a un passaggio di consegne nel potere economico planetario e nella distribuzione delle ricchezze, alle prese con un capitalismo che si morde la coda e rimette in circolo al contrario il famoso “modo di produzione asiatico” a firma Sofri – ma Gianni, il fratello del palissandro mass-mediatico –, è apparentemente remoto. Forse si intravede con sforzo sullo sfondo della scenografia mondiale, forse è appena affacciato nella sceneggiatura di questo inizio di millennio in cui sembra già accaduto tutto nei primi dieci anni (come nei migliori film western di una volta nei primi dieci minuti), fino a sgomentarti con l’interrogativo: che succederà ancora? E invece lo sgomento sulle prime pagine è quello di Napolitano piuttosto che della nomenclatura vaticana perché l’immagine del premier su scala internazionale si sta facendo sempre più flaccida, e l’igienista dentale Minetti si staglia come una dea nelle Procure o negli studi tv tra una pompetta e un “rapporto affettivo”.

    Dunque facciamo finta che la fine d’epoca riguardi solo Berlusconi e il suo lungo accelerato tramonto. Schematicamente o manicheisticamente il Paese si è diviso da quasi vent’anni tra berlusconiani e antiberlusconiani, assai più che non la classe dirigente pronta a ogni complementarietà sub specie bicameralistica. Quello che ha fatto o non ha fatto la politica tutta insieme, dichiaratamente, nelle segrete stanze oppure oggettivamente per tenere in zampe il Caimano per tutto questo tempo, è oggetto di cronaca (giudiziaria) e tra non molto lo sarà di storia. Veniamo all’oggi. A parte le schiere berlusconiane in continuo calciomercato ma sfilacciate, c’è un’opposizione al cui confronto il campo di Agramante era un sereno Parco giochi. Sono divisi, ma uniti dal fronte (comune, di salute pubblica, di vantaggio corale immediato) anti Play-Silvio. Tutto, purché se ne vada in qualche modo, compreso un salvacondotto giudiziario (naturalmente) per le Cayman. Non sembra affacciarsi seriamente la questione del dopo, forse perché rientrerebbe tra i dettagli della già menzionata “fine d’epoca”. Nel Paese, invece, tra gli antiberlusconiani in crescita per getto della spugna o del perizoma, la maggior parte tifa contro e si allinea alla formula politica del “tutto, purché sparisca” e qualcuno invece non ritiene taumaturgica questa sparizione. Necessaria, certamente, ma non sufficiente. Ebbene, temo che il punto del “dopo” sia importante quanto quello del “vada via”, se non altro per evitare stagioni di berlusconismo senza il prototipo, ma con i seguaci di seconda fila. Tangentopoli e Mani Pulite dovrebbero pur aver insegnato qualche cosa, con tutte le differenze dei casi e dell’epoca. Ho scritto “epoca”? Sì, per parlare del dopo è indispensabile focalizzare e contestualizzare il più possibile il momento storico. Che passa per un bunga bunga, certamente, ma che lo ripeterà in altre forme se ci fermiamo alla Minetti come causa e non piuttosto come effetto. Ma di questo, chi se ne frega secondo voi?

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