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    feb.
    2011

    Il diluvio

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    di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2011Vaglielo a dire a Berlusconi, Bossi e Maroni, e Cicchitto ecc., e olimpicamente a Napolitano e specularmente a Bersani che forse ha ragione l’Ecclesiaste, il quale non vota e dunque non costituisce un pericolo imminente. Vaglielo a spiegare che c’è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto, e tutto il repertorio stagionale che magari consideriamo “ciofeca” superata e invece è ancora lì, a reggere il mondo. Vaglielo a dire che non è neppure sorprendente che spunti alla fin fine un Saviano post-televisivo che spiegabilmente infiammi la “piazza” del Palasharp, con quell’eloquio calmo e un po’ raffazzonato che arriva più penetrante della sua pagina scritta, con quel volto antico da Inri contemporaneo e/o da camorrista buono, una specie di cura omeopatica contro i Casalesi e tutta quella gentaglia che ce l’ha con lui ma almeno altrettanto con noi, con quelli che intendono diversamente il rapporto tra persone.

    Vaglielo a ripetere che la “piazza” deflagra comunque quando il disagio è eccessivo, quando la politica è vuota, quando non si capisce un beneamato di alcun programma e persino sul famoso, famigerato o fatidico “federalismo fiscale” non torna un conto che è uno, quando il futuro è stato polverizzato e il presente dura un istante e a volte neppure quello in assenza di uno straccio di memoria storica. Vaglielo a dire che i 150 anni di Unità (d’Italia) sono   una gran bella cosa ma che ancora migliore sarebbe una nuova spedizione dei Mille tra il mediatico e il piazzaiolo perché altrimenti tutto resta chiuso in un Palazzo grigissimo che non dà più risposte da un pezzo e le folle grandi e piccole si chiedono “che fare?” a Lenin ultrasepolto e in attesa motivatamente spasmodica di fare a meno anche di   Berlusconi? “Dopo”, per tornare all’Ecclesiaste e alle sue stagioni, dopo che accadrà? Oppure la paura che Berlusconi sopravviva a se stesso è tanto forte da rimuovere anche questa cruciale domanda? Allora sì che ci sarebbe un berlusconismo a livelli industriali senza il prototipo… con Saviano o senza di lui (mentre dalla penombra si affacciano i berluschini della politica di entrambi gli schieramenti con aggiunta di terzipoli, dell’imprenditoria, della finanza, dell’editoria…). Nel frattempo si dispiega mediaticamente la “paura della piazza” e chi ne scrive come sto facendo è quasi obbligato a premettere (o post-mettere, nel caso) che è “contro ogni violenza” in una tiritera che dovrebbe essere acquisita e suonare offensiva per chiunque abbia un poco di memoria per gli anni di piombo e un poco di sensibilità per questi anni di merda. Certo, sono contro la violenza, e temo ogni strumentalizzazione della piazza. Ma non al punto di additare la piazza come il nemico pubblico principale di uno status quo truffaldino che ci ha ridotti così. Basterebbe riprendere in mano qualche pagina di Machiavelli, per esempio quelle delle “istorie fiorentine” citate in “Giustizia e bellezza”, di Luigi Zoja, (Bollati Boringhieri). Da sempre c’è stato un “palagio” cui però si opponeva una “piazza”, dal latino platea: era il Rinascimento. Oggi in una Seconda Repubblica che è diventata semplicemente una Reprivata c’è il Palazzo o i Palazzi o il Residence del potere ma la piazza è stata sostituita dalla piazza/tv, dalla sua farsesca e annichilente riproduzione mediatica. Adesso sembra vicina la resa dei conti e ve ne meravigliate? Davvero si pensava che potesse durare così all’infinito? E non dipenderà da Ruby e dalle minorenni, ma dall’Ecclesiaste e dai tempi maturi: in   “Dopo di Lui il diluvio”, maggio 2010, ed.Chiarelettere, cito dai verbali della D’Addario sul lettone di Putin le parole testuali del premier che le dice “pisciami addosso” motivando il titolo del pamphlet. Non era un reato penale, perlomeno non in senso proprio, no. Semplicemente il momento dell’Ecclesiaste (e di Saviano…) non era ancora giunto.

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