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    24
    feb.
    2011

    Dominio di sangue

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    di Oliviero Beha, Il Fatto Quotidiano 23 febbraio 2011Di recente sono arrivati sulle coste pugliesi una trentina di mongoli: avete letto bene, mongoli. A chi gli chiedeva come potesse essere successo hanno spiegato che ormai c’è come un lungo, anche cruento, anche mortale, viaggio che porta in Europa, a tappe, proprio come una volta si cambiavano i cavalli alle stazioni di posta. Adesso pagando profumatamente gli “schiavisti della fuga” si arriva in mille modi e con mille mezzi di trasporto, mare compreso, per esempio sulle coste sudorientali della Penisola. Quello che succede a Lampedusa lo sapete tutti. Le reazioni e le controreazioni politiche italiane le conoscete, più o meno.

    Diceva David Sassoli, prima collega e ora europarlamentare del Pd, che da qui al 2050 si aspettano 40 milioni di migranti. Gli è stato fatto notare non “politicamente” ma logisticamente che forse sbaglia, ma per difetto. E quei mongoli la dicono lunga, con le loro “corriere dell’esodo”. Nel frattempo dopo la Tunisia e l’Egitto continua il Domino di sangue dell’Africa minore con il genocidio libico, aggiornato ormai non più a ore bensì a minuti, sotto le bombe. Altri assai meglio di me ha analizzato e analizzerà gli aspetti specifici di questa stagione, sul piano politico, diplomatico, economico. Naturalmente anche qui, cioè su tale Domino di sangue, dividendosi da noi nella sottolineatura delle responsabilità del nostro governo misurato sul doppio misto Berlusconi-Gheddafi con contorno di Bunga-Bunga, oppure nella sottovalutazione se non addirittura nella difesa del famigerato trattato sui “respingimenti”, un trattato alla luce di quel che sta succedendo ormai davvero grottesco. Il sospetto, l’alone, il timore che anche questo Domino di sangue prenda la strada del dibattito pseudomaggioritario, o con il Caimano o contro mentre muoiono tantissimi pesci piccoli e   si attenta addirittura alle specie del Mar Mediterraneo, ormai Mar Cinicus nelle sue vesti di bara fluttuante, sembrano più che fondati. Mentre s’affaccia l’aspetto fin troppo realistico del rischio gas, che con l’Eni cane azzoppato (e in attesa delle nuove nomine politiche) arriva in quantità ridotta lungo un gasdotto che rappresenta il vero ponte Italia-Libia al di là delle “menate” politico-antropologiche spesso di maniera. Questa è una piccola foto corale, scattata a caldo e se volete anche sfocata. C’è poca luce, per i fotografi… Ma proprio qui, nemmeno un mese fa, in un altro “Badante” intitolato “Fine d’epoca?” mi interrogavo se non ci fosse dell’altro nel precipizio di Berlusconi e di un’intiera classe dirigente, Ruby, processi e mascalzonate compresi, se non si stesse assistendo in qualche modo a un passaggio epocale, con crisi del capitale e della sua distribuzione, con una democrazia sempre più svuotata di senso e non soltanto in Italia, con un imbarbarimento intellettuale e culturale mascherato da nuove tecnologie “care” al punto ormai di rischiare di non potercele permettere. Perlomeno non tutti coloro che sul pianeta vorrebbero cominciare ad attingerle, salendo sul palcoscenico della storia. Una riedizione di un vecchio film, “Il mio amico il Diavolo”, in cui Lucifero spiegava come era finito negli Inferi: aveva semplicemente chiesto a Dio di fare un po’ per uno in Paradiso. Se fossimo davvero a una fine d’epoca, tra i 40 milioni mongoli esclusi, l’esodo ultrabiblico, il modo di produzione asiatico (cfr. ancora Gianni Sofri, il fratello del…) rovesciato come un calzino, le rotte di Marco Polo al contrario e più in generale una storia che chiede di far di conto in modo nuovo perché così sta scoppiando? Come potete immaginare, non è una lettera aperta a Maroni, né a nessuno, piuttosto una concatenazione di domande che vanno oltre il Domino di sangue simultaneo. Ma si condensa in un interrogativo: se la classe dirigente di questo come di altri Paesi di fronte al seguito di eventi casca dal pero, non saremo sull’autobus di un manovratore cieco e sordo (e infatti non gli si riesce a parlare)?

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