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    16
    mar.
    2011

    I morti tirati per la giacchetta

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    di Oliviero Beha, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, 16 marzo 2011 Sono senza pietà e a questa piccola lacuna hanno sacrificato perfino l’ipocrisia della forma e del tempismo. Del resto nella lingua c’è già tutto e ormai da troppi anni usiamo senza problemi l’aggettivo “umanitario” applicabile anche alle catastrofi di qualunque genere od origine, quasi fosse una vox media. Sono senza pietà e ce lo urlano da ogni teleschermo, microfono, giornale, senza preoccuparsi minimamente dell’effetto che possono provocare. Di chi sto parlando? Ne scrivevo già ieri qui, a proposito del sindaco Alemanno e del commento pro domo sua della tragedia giapponese che qui riporto letteralmente dal lancio dell’AdnKronos: “La candidatura alle Olimpiadi di Tokyo era ed è da valutare con molta attenzione. Non è mai avvenuto che si creassero questi cortocircuiti; quando un paese deve essere ricostruito è difficile infatti che si dia priorità agli impianti sportivi”.

    Ma questo è addirittura troppo e forse salta all’occhio o all’orecchio. Invece è leggermente più confuso e subdolo il modo con cui la politica e i media di riferimento sono intervenuti   sull’apocalisse d’Oriente durante questi giorni spaventosi, mischiando commenti condivisibili sulle liturgie dell’anima di quel popolo pieno di orgoglio a dibattiti senza ritegno sul nucleare. Ha cominciato Chicco Testa, presidente del Forum nucleare, che senza aspettare un momento da autentico zelota ha esternato con preoccupazione: “Non si approfitti degli eventi in Giappone per contrastare il nucleare”. Senza pietà, davvero: e non è un omonimo ma proprio lo stesso che ha cambiato casacca anche in questo campo come Fregoli e aveva perfezionato lo spot dei “conversatori neutrali sul tema” bocciato come ingannevole dal Giurì della Pubblicità. Prima “furbetto”, poi spietato, alla lettera. Ma certo, ha ragione, non si approfitti del primo reattore, si aspetti il secondo e magari il terzo… Questo mentre impazzava da un lato la cronaca dell’immane tragedia e dall’altro titoloni sugli “avvoltoi atomici”, che sarebbero coloro che speculando su una disgrazia cubitale si muovono contro tale scelta del governo (fino a prova del contrario bocciata in un referendum popolare sull’abbrivo di Chernobyl, quindi della paura delle radiazioni: ergo, niente paura). A scanso di equivoci, il punto almeno oggi, mentre i morti fioccano a decine di migliaia in previsione e tutto sembra a rischio, non è quello di battersi “contro il nucleare”, ma tantomeno lo è quello di difenderlo perché “l’emotività non prenda il sopravvento”. Un derby sulla pelle di un popolo che muore? Ma si era mai visto? Un popolo che nel mentre si carezza con l’elogio della fierezza e del grande rigore, dimostrato nella fattispecie fin dalla legge cinquantenaria che obbliga alle costruzioni antisismiche (mentre da noi basta   un’esondatina e viene giù tutto)? La questione del nucleare è naturalmente esiziale, ma in questo momento lo è purtroppo alla lettera nella strage del Giappone e forse andrebbe sospesa, senza titillare nessuna emotività, informando sui rischi e le conseguenze oggettive, non tirando la giacchetta dei morti in alcuna direzione, meno che mai, in quella dei grandi interessi che si muovono dietro un eventuale sviluppo in direzione del nucleare. Che cosa si pretenderebbe, nel meraviglioso “dico non dico” alla Ferrara? Che gli italiani come chiunque non si spaventassero “a morte” per quel che sta accadendo? Non dovrebbero essere informati se non con l’asterisco “guardate che il nucleare è sicuro solo che c’è il terremoto, lo tsunami, insomma tutte quelle variabili che infastidiscono un poco questo alto saggio di modernità energetica”? Davvero la pietas è finita in bocca al gatto, e non c’è più alcuna vergogna né alcuna stonatura del proprio orecchio interno a consigliare di ascoltarsi e di tacere, di aspettare a dividersi, di ritardare il dibattito fino almeno alla conta dei morti. E questo accade per un popolo in ginocchio, mentre le radiazioni si propalano. Eppure lo stesso giochetto mediatico e politico ributtante si era svolto in Italia per il caso Eluana Englaro. Anche allora, due anni fa, una tragedia individuale e familiare era servita “alla grande” per un uso spregiudicato fino ai limiti dell’aberrazione del derby tra un’ipocrita e contraddittoria “cultura della vita” e una “libertà di scelta individuale” assai sdrucciolevole. Senza pietà allora per una ragazza vicina, senza pietà oggi per quei morti lontani. Umanitariamente, io mi vergogno.

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