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    31
    mar.
    2011

    Ed è sempre ”bar condicio”

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    di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2011Bisognerebbe ringraziare la signora di Popoli “finta terremotata” che a “Forum” ha magnificato l’operato del governo in Abruzzo sotto lo sguardo benevolo e consensuale di Rita Dalla Chiesa. Perché contribuiscono di più episodi del genere a sputtanare un po’ tutta la tv e ad allertare la diffidenza del pubblico che non mille teorie politiche o dibattiti ipocriti sul mezzo televisivo: la “tribuna politica” per una certa categoria di pubblico, il “talk show” per eccellenza per un pubblico simile o analogo, infatti, sono programmi come “Forum”, oppure la sequenza interminabile delle Marie De Filippi che mette all’incanto il peggio “umanitario” che abbiamo dentro o anche solo appena “in superficie” (ne scriveva sull’ultimo “Venerdì” Marco Revelli con la consueta lucidità).

    Voglio dire con questo che non abbiano ragione Santoro, Floris (e Paragone?) e i conduttori di programmi di informazione sulla corda per non essere equiparati alle odierne, asfittiche, fintopluralistiche “tribune politiche” come da intenzioni della maggioranza in stile “bavaglio”? No naturalmente, certo che hanno ragione: ma si limitano a una ragione misurata sul loro segmento di intervento, che fanno benissimo a difendere, ma a patto di non lasciar ritenere che sia l’unico o anche solo il più importante aspetto della questione. Anche perché entra in ballo nell’insieme tragicomico della comunicazione la novità della Rete. Grazie alla quale era stata smascherata la “finta terremotata ” che forse senza il web l’avrebbe fatta franca. Chissà quanti l’hanno fatta franca finora, in un casting televisivo tra il realistico e il metaforico che ha affondato la facoltà critica e la minima consapevolezza di questo Paese…!   Ma torniamo alla “par condicio”, formula miracolosa che in qualche modo persino Paolo Guzzanti ormai un secolo fa già in era Silvio-politica aveva canzonato nel suo programma “Bar condicio”. La par condicio non è una medicina che curi una malattia grave, come è l’assoluta mancanza di trasparenza e di indipendenza dell’informazione dai poteri, forti o marci che siano. È bensì un sintomo di quella stessa malattia che pretenderebbe di curare. È tanto debole la politica, così svuotata di contenuti, talmente affidata a programmi che convengano a qualcuno, da aver prima stracondizionato la tv pubblica (il monopolio di quella privata essendo superbamente acclarato) per poi farsene condizionare: una macchina sfuggita al suo artefice. Dovrebbe essere l’informazione a controllare il potere, a maggior ragione se si tratta della più importante azienda di comunicazione del Paese, e invece è da sempre il potere che controlla la tv, ma non sapendolo neppure fare bene lo fa a spizzichi e bocconi, a stagioni governative alternate, in un pasticcio di lepre di auditel, favori, opportunità, “viso dell’armi” dei suoi dirigenti, armistizi, compromessi, privilegi, ecc. Così che nel momento culminante del finale travolgente, cioè alla vigilia delle elezioni, l’unica cosa che alla politica interessi davvero, da qualche anno ci si è ricordati della famosa “par condicio”, dell’equilibrio quantitativo delle presenze in tv. Per i programmi sotto l’egida preelettorale.   Che di solito al massimo convincono i già convinti e al minimo dissuadono pure quelli. Come se la qualità fosse davvero una conseguenza di quella quantità teoricamente distribuita con equità (ma dove, ma quando?). Adesso sono di nuovo nel mirino le trasmissioni di approfondimento. Che danno fastidio, specie alla maggioranza che non le sa far fare e ha quindi paura di professionisti di segno contrario. E il dibattito si sposta sul tema raccapricciante: Santoro fa vincere o perdere le elezioni a Berlusconi? È davvero questa la ragione sociale del suo lavoro? Posta così la questione, anche la “bar condicio” ridiventa ridicola e rimanda alla “finta terremotata”: credetemi, sono due facce della stessa patacca.

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    15/03/2012 alle 07:29
    e riguardo porprio alla questione del pensare o meno con la propria testa riferito ai cattolici: (questa e8 per topinamburs)io non credo, ne9 voglio dire, che i cattolici non siano in grado di pensare con la propria testa.volgio sostenere invece che in effetti il cattolico mediamente SCEGLIE di non pensare con la propria testa su determinati argomenti, non solo perche9 come dice vertigoz la fede cattolica, per definizione, implica una rinuancia alla propria razionalite0 a favore di alcune verite0 dottrinali da accettare E BASTA, quindi se non altro disabutua a mettere in discussione cif2 che ci viene trasmesso come informazione;ma anche perche9 l'organizzazione dell'istituzione ecclesiastica, al di le0 della dottrica cattolica in quanto tale, invita il fedele a sentirsi parte di una comunite0 pif9 che singolo individuo pensante, e invita (quando non impone) a delegare le propie opinioni su molte cose a chi ha il diritto e il compito di dirimere questioni complesse per noi, perche9 e8 la nostra guida .ergo sec, potete pensare con la vostra testa: ma raramente lo fate.per dire (non voglio contrapporre le due categorie, dico davvero solo per fare un esempio)un ateo, che non ha ne9 una dottrina specifica in cui credere ne9 una guida cui affidarsi, pensa molto di pif9, si confronta coi singoli individui e non con le grandi ideologie (tipo cristiani contro islamici) e quindi e8 in genere pif9 aperto e disposto al dialogo.

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