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    03
    giu.
    2011

    La strada in salita

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    All’indomani dei ballottaggi vinti capisco la festa, rilutto alla forca e vedo scarseggiare la farina. Voglio dire che tutti i passaggi terminologici di Bersani e C., dal “vento cambiato” due settimane fa allo “schiaffo” di ier l’altro a caldo alla “valanga” di ieri a tiepido, sono giustificati soltanto dalla routine post-elettorale. È ovvio che si gongoli, ma la strada è in salita e comincia adesso soprattutto per il Pd. Penserei meno a Fini, al Fli, di cui sicuramente per mia inadeguatezza mi sfugge ancora la ragione sociale, e alla sua formula “è finito il berlusconismo” che mi suona troppo lepida, troppo poco impegnativa per la devastazione antropologica degli italiani, di destra e di sinistra. E invece di più al Pd, alle sue radici da ripulire dalla tanta terra di questi anni, al vertice del partito, al significato che esso dà al termine “vecchia politica” che andrebbe in soffitta con il cambiamento.

    E magari mi domanderei se per “nuova politica” di cui il Paese nel suo complesso ha tanto bisogno la base di militanti, tesserati e votanti intenda le stesse cose della sua intramontabile nomenklatura. Quando dico di strada in salita, di primo campo base fissato con questo maggio amministrativo foriero di molta soddisfazione elettorale per il centrosinistra oppure per il “diversamente centrodestra” di cui parlano in tanti, non sottovaluto affatto che la salita da qualche parte dovesse pur cominciare. Ed è fortunatamente cominciata. Ma sarà sempre più dura, dopo questo primo campo base, e fino all’arrampicata in roccia ce ne vuole, eccome. Dunque fissare alcuni punti fermi è indispensabile, A breve ovviamente ogni battaglia possibile per i referendum in quanto tali, e per “questi” referendum in particolare. Perché c’è tanto bisogno di partecipazione attiva di cittadini che ancora oggi disertano le urne e ancora di più l’avrebbero fatto senza il richiamo di alcune “sfide” e la presenza di Grillo (Beppe) e i suoi, e questi referendum grazie ai loro contenuti così incisivi possono dismettere i loro panni sputtanati per vestire quelli originari. E dopo i referendum senza ambiguità, il rispetto totale della Costituzione i cui dettami applicati sono ancora la cosa migliore per combattere la crisi, quella economica, quella politica di una politica ridotta ad affari e basta, quella culturale di un Paese di analfabeti di ritorno. Il primo articolo credo continui a trattare di lavoro, non è vero? Questo per l’impatto del Pd all’esterno, nella società, sul territorio, e non solo in tv a pavoneggiarsi per i dividendi della notorietà. Poi c’è tutto il lavoro interno al partito, che forse andrebbe iniziato adesso che il campo base è ancora molto basso e non si rischia la mancanza di ossigeno… Si chiama Partito democratico: è un partito? E che tipo di partito è, quali caratteristiche ha anche solo in confronto ai suoi antenati, in che cosa consiste la sua identità ecc.? Ed è democratico? Davvero? E quanto è democratico? Al suo interno la base lo percepisce come democratico? E altrimenti questo aggettivo che ci sta a fare? Per bellezza, la solita cosmesi da logo, da pubblicitari, da tv, da comunicazione? Insomma meglio le critiche di Giorgio Bocca o i consigli di Klaus Davi? Le due cose non sono conciliabili… E per le primarie? È vero o no che i trionfatori di Milano e Napoli, i liberatori delle due città cui presumo tremeranno i polsi di fronte a un futuro minaccioso, erano candidati non del Pd ma malgrado il Pd? E allora queste benedette primarie sono una buona cosa, oppure lo sono solo fittiziamente, recitativamente, purché non intacchino il potere dei soliti nomi ? Si chiede il ricambio del centrodestra, in direzione di uno schieramento conservatore presentabile, meno igieniste e più gente perbene, seria e preparata, e dall’altra parte basta il campo-base delle amministrative perché i capicordata restino gli stessi? Ma scusate, abbiamo già dimenticato tutte le scalate degli ultimi vent’anni? Anche se alternativamente erano sempre loro le guide alpine, o sbaglio? Buona salita, dunque. Ma occhio, che è ripida…

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