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    09
    giu.
    2011

    Referendum sull’informazione

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    Lo so, siete abituati agli addendi invertiti: all’informazione sui referendum, peraltro fino ad ora tarda e scadente specie in tv e non a caso. Per fortuna la Consulta li ha varati tutti, per fortuna se ne parla e ci si schiera pur dopo le “veroniche”  (in calcese…) del Pd, per fortuna Berlusconi interpreta a modo suo, da post-priapesco ed ammosciato, il Craxi di “andate al mare”. Dico di Bettino a Caprera per Garibaldi, a proposito di quel referendum sulla preferenza unica del 1991 di cui conoscete l’esito e da cui è sgorgata questa zoppa e fittizia Seconda Repubblica. Era nato - per reazione a Tangentopoli - il maggioritario elettorale rimasto da allora sempre distante da una forma compiuta per tutti i pasticcetti degli schieramenti i cui ragionieri non erano mai certi che un maggioritario completo potesse garantirli da rovesci nelle urne. Più volte la realtà parlamentare uscita dal voto ha dato loro ragione in forma di ciambella di salvataggio, magari a spese di un Paese più chiaro e responsabile di cui frega poco a chiunque.

    Ma fu nel ‘93/94 che nacque un altro maggioritario, che mi suggerisce appunto questo accenno al “referendum sull’informazione”, cioè allo stato dell’informazione nel Paese del Caimano e dei suoi cacciatori spesso simulati. Quello che la classe politica della Seconda Repubblica,dei superstiti alle manette, delle terze, quarte, quinte schiere elevate di rango, non era riuscita a perfezionare, cioè il maggioritario elettorale, lo ha messo in pratica l’informazione. E’ stato un giulebbe, un paradiso, un alibi per molta parte della categoria che con il proporzionale aveva dovuto resistere almeno un poco alla sudditanza nei confronti del potere politico ed economico, cercando di salvare uno straccio di presentabilità e di indipendenza di facciata, se non proprio di faccia: negli interstizi del proporzionale traequilibrismi, bizantinismi, trasformismi e tutti gli ismi del caso l’informazione era riuscita a tenersi a qualche centimetro dal potere, almeno all’apparenza. Con il maggioritario è cambiato tutto, su scala industriale: stavi con Berlusconi? E via con tutta l’informazione berlusconiana, più o meno aderente, più o meno critica, più o meno sdrucita nella livrea. Stavi contro Berlusconi? E via nella resistenza al regime, a costo di tacere qualcosa dall’altra parte per non “lavorare per il re di Prussia”, un po’ come si diceva ai miei tempi de “La Stampa” (un ottimo giornale, ma non le chiedere di informarti sulla Fiat…), naturalmente anche qui con valori e spessori professionali variegati, secondo cultura ed educazione. All’informazione. E ai rapporti con il potere. Un gigantesco alibi, il maggioritario dell’informazione, cui qui si cerca di sfuggire e forse il senso più profondo del giornale senza padroni dovrebbe essere questo. Ma i danni che ha creato il maggioritario della notizia sull’opinione pubblica, o quella che ancora chiamiamo così per convenzione, sono stati devastanti: abbiamo abituato un popolo di non lettori, di teledipendenti e più in generale di tifosi a trasferire il senso della notizia in uno dei due campi, dando per scontato che la realtà si potesse tagliare in due, come una torta, e bastasse essere informati su una delle due metà schierandosi a priori. E’ questa mentalità all’ingrosso, all’ombra di un doppio feticcio che deresponsabilizzava la professione, che ha creato la follia di questi anni, nei giornali,in tv, alla radio: senza pudore si invoca un conduttore di centro-destra per controbilanciarne uno di centro-sinistra, dando per scontato che non esistano professionisti che mettano al primo posto la loro deontologia professionale, il gusto per la qualità del loro lavoro, l’irreprensibilità  (che non coincide con l’indiscutibilità,tutt’altro) dei loro codici di comportamento. Il panorama complessivo è grottesco. Forse ci sarebbe bisogno anche di un referendum sull’informazione con il quesito: vi piace o’ presepe dimezzato, oppure no?

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