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    04
    ago.
    2011

    La morte della reputazione

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    Sempre più spesso mi ritrovo in compagnia di amarissime considerazioni sull’attuale uso della vita e della morte, specie se qualche dipartita inattesa me ne dà purtroppo l’occasione. Per esempio quella recentissima, istantanea e prematura di un collega valente come Peppe D’Avanzo. A giudicare dagli epicedi, parrebbe che tutti coloro che lo piangano, specie ovviamente i notabili della professione che lo riguardavano direttamente, abbiano chiuso i conti con lui in vita almeno in pari: ahimé, non sono sicurissimo che sia così. E forse basta parlare con coloro i quali lo conoscevano davvero, e umanamente sapevano di che pasta ottima fosse fatto, per risalire rapidamente a molti episodi che gli hanno magari avvelenato la vita, fino a un momento prima della scomparsa.

    Sparito dal novero dei vivi, fuochi d’artificio post mortem, quasi a volerlo rifondere tacitamente, macchinalmente, addirittura burocraticamente di ciò che magari gli sarebbe stato dovuto da vivo, e lontanissimo dall’idea di andarsene così in fretta. Lo so, non è certo un discorso nuovo, non nasce oggi, non è figlio di questi tempi ma della nostra balorda natura in parte barbara anche quando travestita di civiltà: basta rifarsi al nobile “parce sepulto” o al popolano “chi muore giace e chi vive si dà pace” per averne un’idea. Quindi la coperta di ipocrisia che avvolge i defunti è stata tessuta con lana resistente da un bel pezzo. Eppure oggi c’è qualcosa di più, di peggio, di irrimediabile: viviamo stagioni così svuotate di senso e di valori che la morte sembra un viatico per riparare i torti, quasi fosse una clessidra finalmente e strumentalmente rovesciata dal caso. Te ne ho fatte di tutti i colori, ti ho fatto pagare un’indole, un carattere, un’onestà intellettuale cornice di qualità professionali che “dovrebbe riconoscere il mercato” (ma dove, ma quando, se è un mercato appunto truccato alla radice?), ti ho reso la vita quasi impossibile e adesso che muori ti costruisco un santino che duri almeno un poco nel ricordo e mi affranchi da tutte le mascalzonate che magari ti ho riservato. Tempi vigliacchi, tempi bui, in cui ogni volta di più sembra sparire qualcosa che una volta faceva da architrave sociale: la cosiddetta reputazione, intesa come buona reputazione. Peppe D’Avanzo aveva una caratura professionale riconoscibilissima in tutto quel che ha fatto, e ciò gli ha garantito, ma non regalato una “reputazione”. In realtà è questa che gli crea un piedistallo di memoria e non le fanfare a lutto, ferma restando la fatica in vita di non metterla al servizio d’altro che non fosse il suo lavoro. Poi, di volta in volta, si poteva non essere d’accordo con lui, oppure canzonare il tintinnio di manette, o satireggiare le famose 10 domande in stile Mosè. Ma lui aveva una reputazione, che ha difeso fino in fondo. È esattamente la mancanza di essa, e di un’idea accettabile di essa, che oggi ha aperto un baratro personale, professionale e politico, dunque “antropologico e culturale”, in quest’Italietta di quart’ordine di cui si leggono quotidianamente le cronache come se si stesse sempre dal barbiere. Oggi la reputazione è per tutti o quasi, ovviamente a partire dai cattivi esempi della classe dirigente, ma a scalare velocemente e vertiginosamente una specie di appendice da   farsi operare fin da subito: fatti l’appendicite, fatti la reputazionite, e ti sentirai meglio senza quell’ospite ingombrante che può darti a volte fastidi e addirittura fitte impreviste. Caro Peppe, spesso ci si esercita oggi sulla differenza “da osteria” tra i tempi di Tangentopoli e questi che ci sono dati e ti erano dati fino a sabato: allora esisteva ancora un’idea pallida di reputazione, anche se bruttata, oggi è scomparsa. Ma tu non l’hai mai perduta.

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