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    15
    set.
    2011

    La risata che ci seppellirà

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    di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2011Tra i tanti danni che ci lascia in eredità la lunga stagione berlusconiana, comprensiva sia del Caimano che dei suoi finti cacciatori, è stato segnalato ormai da qualche tempo lo svuotamento delle parole: questa classe dirigente capitanata dal Re Solicello o Cavaliere Inarrestabile perché improcessabile le ha sgusciate del loro significato come ostriche della polpa e quando parla non dice, o disdice, o polverizza ogni senso del lessico. In un Paese all’avanguardia in Europa nell’analfabetismo di ritorno, tutto ciò è insieme complementare e meraviglioso: qui sì che troviamo la corrispondenza tra vertici e base che truffaldinamente la sedicente politica vuole individuare tra eletti ed elettori.

    Dunque parlano male perché non hanno nulla da dire, perché si difendono dalla realtà reale che li smaschera, rifugiandosi nella realtà televisiva, perché se nessuno rischia nulla in idee e parole per dirle, quest’afasia viene accettata come normale e nessuno dei destinatari di questi messaggi bacati ci fa più caso. Penso soprattutto a Berlusconi naturalmente, con una casistica infinita, ma penso anche al mantra da stadio in omaggio al totem della diversità da parte dell’opposizione (“il premier vada a casa”), mantra dai connotati concettuali e progettuali non straordinari: magari serviranno a non parlare di Penati e Lari, ma le gambine politiche di queste verità mancanti sono cortissime. Mi sembra però che da qualche tempo stia accadendo qualcosa di almeno altrettanto grave: che dalla padella dell’afasia politica si sia passati alla brace della ridicolaggine. Ma sì, ormai fa tutto ridere, è materia prima per un cabaret quotidiano, una merce sold out, si scherza, si canzona, si motteggia sulla pochezza della situazione e così facendo si acquietano coscienze e si mette a sedere qualunque velleità di risveglio critico. Applausi in platea, e idola tribus o teatri. Tal Bakunin si augurava che la fantasia distruggesse il potere, e sappiamo come è andata: è una formula pubblicitaria per vendere un’automobile o un profumo. Ma sosteneva anche che “una risata vi seppellirà”. Ebbene, è vero, stiamo morendo dal ridere, ma tutti quanti, Berlusconi e i suoi certo, ma anche coloro che li prendono per i fondelli o addirittura per il culo: lui ci mette il carico maggiore autodefinendosi “un benefattore di famiglie in difficoltà” come sta dicendo in questi giorni in cui la magistratura tenta invano di tarantineggiarlo. Ma anche noi che lo scriviamo, travolti dall’irrealtà o dalla surrealtà di questo grottesco finale di partita, rischiamo di fare il gioco del Re di Prussia. Se tutto è ridicolo, se tutto ci indigna un pochino ma ci fa sganasciare molto di più, nulla sembra esserlo davvero ed edifichiamo insieme un costrutto di risate che sembra bastarci: nel frattempo il Paese sprofonda, e non ci sarebbe davvero niente da ridere. Bakunin non ha mai detto che io sappia che una risata ci disseppellirà o ci ricostruirà: e invece questo popolo tendenzialmente zombesco forse avrebbe bisogno di meno cabaret e di più impegno, di più serietà e meno sghignazzate, di presentabilità e non di ludibrio. Sì, conosco l’obiezione, queste sono “merci” di difficile spaccio, nella disabitudine dei nostri palati berlusconizzati, o addirittura sono “prodotti” che reagiscono a se stessi come composti chimici che quasi subito assumono la veste di “servizi”, di esempi, proprio ciò di cui ora avremmo più bisogno. Ridere è invece assai più facile e immediato. E del riso liberatorio chirurghi come Patch Adams con i suoi clown ne hanno fatto un sistema terapeutico. Ma lui cura i malati. Qui siamo a un passo dalle salme: e tutti giù a ridere per le bungate di Arcore? Ancora? Davvero non si può fare niente di più, di meglio, di più urgente?

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