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    12
    apr.
    2013

    Renzi dice che "bisogna pensare all’Italia e non al Pd". Ma forse le due cose sono collegate

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    Matteo Renzi ospite a "Porta a Porta"
     
    Matteo Renzi ospite a "Porta a Porta"

    Giovedì ho provato due emozioni forti. In giornata con la visita di Massimo D’Alema a Matteo Renzi, in vista di un ricompattamento del Partito Democratico: sul tavolo temi non proprio leggerini, come il Quirinal Tango (leggi la prossima elezione del Capo dello Stato), il governo, il futuro del partito. Mi son detto: ma come, Renzi non vuole da anni, da mesi e da settimane rottamare il vecchio, e non l’ha identificato lui stesso in D’Alema? E D’Alema non ha detto peste e corna di Renzi?  Sì, mi sono risposto, ma la politica è “l’arte del possibile”, “mai dire mai” eccetera eccetera. Quindi, in un Paese sull’orlo (o già dentro?) il baratro, non ci precludiamo nulla…

    In serata ho visto Renzi da Vespa, e l’energia con cui ha parlato ha reso basito persino il conduttore, abitualmente Camerlengo della politica nostrana. Ha detto e ripetuto con forza, il sindaco di Firenze, che “bisogna pensare all’Italia e non al Pd”, mentre il contesto della trasmissione cercava di indirizzarlo merceologicamente (si vende una merce in tv, ragazzi…!) in direzione del partito e delle sue polemiche implosioni/esplosioni. Ebbene, non so se Renzi pensi esattamente quello che ha detto, se anteponga davvero i problemi urgentissimi del Paese a quelli del partito e alle sue ambizioni personal/politiche, se sia insomma una questione di facciata oppure di sostanza, di reale bisogno. Non lo conosco abbastanza, e del resto non è davvero semplice misurare la buona fede e l’onestà intellettuale dei politici, meno che mai di quelli di oggi. Si misurano i fatti, e i comportamenti che li provocano.

    Ma intanto sono assolutamente d’accordo che la malattia italiana venga prima di qualunque questione di partito, e restando in termini clinici abbia bisogno di un consulto,  non sia insomma pensabile affidarsi a un solo medico, anche perché non se ne vedono in giro di risolutivi essendo il male andato così avanti. Ma mi chiedo anche se, essendo andato così avanti, sia ipotizzabile che la questione Pd venga separata dalla questione Italia. Voglio dire che il modo e i tempi di intervento del chirurgo piddino, e ovviamente la sua identità (Bersani, Renzi, D’Alema o chi altri?), interagiscono con lo stato del malato. Ciò vale per tutte le forze politiche, ma in questo caso stiamo parlando di chi pur “perdendole” in proporzione alle attese della vigilia ha “assai relativamente” vinto le elezioni.

    Quindi vi domando: che ne pensate? Si devono mettere d’accordo all’interno del Pd? Devono scegliere il più forte? Il più giovane? Il più credibile? Ecc. ecc. E non credete che l’unica via di uscita per il consulto di cui sopra tra “luminari” medici (bah…!) sia una sorta di doppia velocità, di cui parlo qui da molti mesi anche qui? Ovverossia: un accordo che preveda contemporaneamente una soluzione tampone per la crisi spaventosa in atto, ma anche un’idea di medio/lungo periodo su quale Italia si vorrebbe? La prima senza la seconda ci riporterebbe infatti nel brago quasi subito, la seconda senza la prima ci vedrebbe affondare a futura memoria. Prese insieme, le due velocità, forse avrebbero un senso. Chissà se siete arrivati in

    fondo  a quest’articolo per discutere della questione, giacché spesso chiedete soluzioni  o ricette…(E’ un test…).

    Postato da Redazione
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